Il fiume Tevere ai suoi minimi livelli storici

Il cambiamento climatico ha iniziato a lanciare nel mondo un all’arme irreversibile a fare davvero paura alle popolazioni. Nel nostro paese che fino a pochi anni fa aveva grosse riserve idriche non piove da mesi e le temperature stagionali sono di 2,5 gradi superiori alla media e non si prevedono tregue del gran caldo anche per i prossimi mesi estivi, a parte qualche temporale sparso. Dopo il covid si abbatte così un’altra piaga, quella della siccità, che svuota dighe, fiumi e laghi mettendo in serio pericolo anche il settore agricolo. Solo ora che siamo in piena emergenza ci rendiamo conto che la rete idrica italiana necessita di interventi strutturali importanti che non possono essere più rimandati nel tempo, ma soprattutto che per risolvere il problema della siccità serve un piano d’azione mirato che punta anche su altre soluzioni. C’è spazio tra le pieghe del Pnrr per mettere in campo azioni contro la crisi idrica, contro il risanamento dei corsi fluviali?

Una cosa è certa, a parte i Vescovi che chiedono ai fedeli di pregare a favore della pioggia, stiamo vivendo il peggior periodo di siccità degli ultimi 70 anni, i nostri grandi fiumi e i laghi sono scesi ai minimi storici, gli agricoltori devono scegliere quali colture innaffiare mentre all’orizzonte s’iniziano ad intravedere anche problemi legati all’elettricità. Tutto questo non solo perché non piove da mesi ma anche perché è da anni che non si fanno investimenti sulla rete idrica nazionale. Si passa così al razionamento dell’acqua.

La siccità ci ha aperto gli occhi, costringendoci a guardare quello che facciamo ma soprattutto quello che non facciamo da anni per risparmiare acqua. Prima di tutto le perdite nella nostra rete idrica nazionale, pari al 43% circa. Si stima che se queste potessero essere azzerate garantirebbero le esigenze idriche di circa 44 milioni di persone in un anno. Secondo problema: non siamo in grado di raccogliere abbastanza acqua piovana da utilizzare nei periodi di magra. Ad oggi riusciamo a recuperarne solo l’11%. Sotto la lente soprattutto il settore agricolo, che consuma circa il 70% del totale, e che con cisterne per la raccolta di acqua piovana e nuove tecniche di irrigazione più efficienti potrebbe fare la sua parte. Importante anche il discorso sulle pratiche circolari per riutilizzare le acque reflue depurate. Per irrigare i campi e per gli usi industriali usiamo acqua potabile, mentre dovremo usare quella di depurazione.

Il Direttore editoriale Carlo Costantini – Foto Imagoeconomica

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