Sia che supportiamo un solista o che suonino da soli, i migliori pianisti dalla storia del jazz hanno avuto un ruolo cruciale, li definirei vari stili che oggi conosciamo come Musica Jazz. Infatti, se si guarda indietro, dal regime allo Swing, dal Bebop, all’avanguardia e oltre, il pianoforte versatile e stato alla base di questo movimento. Vorrei quindi in questo contesto analizzare i migliori pianisti jazz di tutti i tempi. Non solo musicisti brillanti che abbracciano generazioni e sottogeneri, ma ciascuno ha avuto un ruolo importante nell’evoluzione della tradizione dal jazz.

Bud Powell è stato l’archetipo del pianista Bebop ed è il primo ad applicare il linguaggio d’improvvisazione pieno di cromatismi di Charlie Parker alla tastiera. A soli dieci anni era già in grado di imitare i pianisti di stile come Art Tatum e Fats Weller, Thelonious Monk, che fu un mentore precoce, e lo aiutò a coltivare il suo talento.
Nel 1945 fu colpito alla testa da un poliziotto, contribuendo a problemi psichiatrici che lo afflissero per il resto della sua vita e alla qualità dei suoi lavori successivi non pari a quelli delle sue prime registrazioni. Ha partecipato a numerose sessioni classiche con Parker, compresi opere discografiche registrate dal vivo: “The Quintet: Jazz at Massey Hall” e “Complete Live at Birdland”.

Harbie Hancock dopo aver iniziato la sua carriera con il trombettista Donald Byrd nei primi anni Sessanta, Hancock pubblicò l’opera “Talkin’ Off“, che includeva il suo famoso successo “Wotermelon Man” opera del 1962; ed è stato certamente uno dei debutti più impressionanti nella storia del jazz. Durante gli anni sessanta Hancock registrò una serie di album eccellenti, principalmente per la label Blue Note Records, come “Sideman” e suonò il piano nel Secondo Grande Quintetto del trombettista Miles Davis. Questo gruppo comprendeva anche il sassofonista Wayne Shorter, il contrabbassista Ron Carter, il batterista Tony Williams e adottava in approccio sciolto alle scritture e armonie tradizionali. Più tardi, Hancock si rivolse alla Fusion, al Funk e alla Disco, con opere discografiche e con progetti elettronici pionieristici come l’opera “Heahunters” e “Thrust“. Nel 2007 il suo long playing di cover della cantante Joni Mitchell, dal titolo: “River“: “The Joni letters“, questa produzione vinse il Grammy Award come album dell’anno; la sua carriera estremamente varia non mostra segni di rallentamento.

Count Basie è forse più conosciuto come il leader della big band che ha fatto vibrare i fan del jazz degli anni quaranta e oltre, ma anche i suoi talenti come pianisti meritano di essere evidenziati. Count, detto il conte è stato un pianista dell’accompagnamento; un modo di suonare accordi per sostenere il solista, e il suo modo di suonare scarno ma efficace ha influenzato generazioni di grandi pianisti jazz.

Duke Ellington meglio conosciuto come il Duca e leader della famosa Duke Ellington Orchestra, compositore del jazz più accreditato, con canzoni come “Satin Doll“, “Mood Indingo“, “Don’t Get Around Much Anymore” e centinaia d’altri standards.
Tuttavia, anche se non offriva lo stesso tipo di pirotecnica strumentale di qualcuno come Art Tatum, fu anche un pianista jazz molto importante il cui suonare percussivo e minimale influenzò Thelonious Monk e altri musicisti dello strumento. Oltre alle sue dozzine di famose registrazioni orchestrali “Ellington at Newport “, “The Sacret Concert“, “The FarEst Suite“, fece una serie di eccellenti registrazioni con piccoli gruppi chiamati combo, mostrando, il suo stile Folk jazz, ma anche, sorprendentemente moderno.

Keith Jarrett ha visto interesse già a metà degli anni sessanta come sideman con i Jazz Messeger del batterista Art Blakey, con i quartetti di Charles Loyd e Miles Davis. Grande pianismo intriso di Armonie con gli standard accompagnato dal duo Gary Peacock al contrabbasso e dal batterista Jeck DeJohnnette.

Dave Brubeck nato nel 1920 in California è ampiamente considerato uno dei pionieri del Cool Jazz. Il suo album di successo “Time Out” pubblicato nel 1959, lo ha catapultato in cima alla A-list in America, ma la sua carriera prima e dopo, mostra un musicista di talento che non si accontenta di camminare sull’acqua. A differenza di molti musicisti di questa lista, lui viene da un background classico; sua madre era un’affermata pianista classica, ma di orecchio acuto e la reticenza ad imparare a leggere la musica lo posero saldamente sulla strada del jazz.

Billy Evans si ispirò al bebbopper come Bud Powell e aggiunse il sapore dell’armonia classica impressionista e una sensibilità apparentemente introspettiva. Billy Evans ha giocato un ruolo nello sviluppo del jazz modale, suonando nell’opera “Kind of blue” del trombettista Miles Davis, considerato da molti come il miglior album jazz di tutti I tempi. Il suo gruppo con Scott LaFaroal contrabbasso e Paul Motion alla batteria, ruppe un nuovo terreno nella tradizione dei trii del pianoforte jazz. Mentre i trii precedenti avevano messo il pianista in primo piano, qui Evans, LaFaro e Motion suonavano alla pari, in modo colloquiale e interattivo. Altre registrazioni degne di nota sono “Conversations With Myself“, che usa tecniche di sovra incisione insolite, o le sessioni di duetti con il cantante italo-americano Tony Bennett. Però l’album chiave per il pianista è “Portrait in jazz“, questo opera è a metà strada tra i primi album della sezione ritmica più diretta e le sessioni dal vivo classiche, ma estremamente introspettive del Village Vanguard, questo primo disco in trio con Scott LaFaro e Paul Motion è un’eccellente introduzione al suono di Bill Evans.

Oscar Peterson era un showman alla maniera Art Tatum. A quanto pare il pianista canadese fu sempre ispirato che intimidito da Tatum, anche se i due uomini divennero amici. Come Tatum, Peterson fu influenzato dalla musica classica, specialmente dai concerti per pianoforte di Rachmaninoff, ma il suo lavoro è caratterizzato da un suono duro, denso e blues. All’inizio Oscar guidò una formazione in trio in stile Nate King Cole con Herb Ellis alla chitarra e Ray Brown al contrabbasso, ma in seguito sostituì la chitarra Con Ed Thigpen alla batteria. Face una serie di opere discografiche in cui al suo trio si univa un solista ospite, in questo caso Stan Getz, Sonny Stitt, Ben Webster e apparve anche come sideman in long playing importanti come quello di Ella Fitzgerald, Benny Carter, Coleman Hawkins è Fred Asteire.

Art Tatum era cieco dalla nascita e fu per lo più autodidatta nell’imparare il pianoforte, ma è considerato da molti il Massimo virtuoso di jazz. Dotato di una tecnica sorprendente, il suo modo di suonare è caratterizzato da improvvisazioni lineari decorate in modo sgargiante e voli fulminei della mano destra. Fu anche innovatore armonico, traendo ispirazione dalla Musica classica romantica, riarmonizzando in modo complesso gli standard in forma di improvvisazione e influenzando infine gli approcci di musicisti bebop come Charlie Parker e Bud Powell. Più tardi nella sua carriera, Art Tatum guidò un trio nello stile di Nat King Cole con Tiny Grimes alla chitarra e slam Steward al contrabbasso, ma le sue registrazioni più note sono nella tradizione del piano stride solo uno stile musicale di James P. Johnson e Fats Waller. Art Tatum era famoso per la sua capacità di bere grandi quantità di alcool mentre suonava, senza alcun effetto dannoso sulla musica, ma sfortunatamente questo ebbe il suo prezzo sulla sua salute, morì nel 1956 a soli 47 anni.

Thelonious Monk ebbe un ruolo definitivo nella nascita del Bebop, partecipando alle famose jam session del celebre locale il Minton’s Playhouse con Charlie Christian e Kenny Clarkealla fine degli anni trenta, ma il suo modo di suonare raro e spigoloso è molto diverso dal tipico suono della Bebop. Con il suo approccio unico, quasi infantile, i critici e i proprietari di club inizialmente liquidarono questo personaggio molto eccentrico, ma arrivò poi ad essere considerato un genio precursore dei tempi a venire. Monk è il secondo compositore più registrato nel jazz, dopo Duke Ellington, le sue melodie spigolose hanno ispirato generazioni di musicisti e sono state oggetto di decine di opere discografiche a tema Monk.

Kenny Barron viene giustamente definito come un dei più influenti pianisti dell’era post Bop. Un musicista dalla conoscenza musicale impressionante che ha fatto parte del gruppo Sphere, una delle band più importanti degli anni ’80 e che rappresenta la migliore rilettura del repertorio di Thelonious Monk (Sphere era il suo secondo misterioso nome), uno dei musicisti più importanti e indecifrabili della storia del jazz. Con Barron c’erano Charlie Rouse e Ben Riley, sassofonista e batterista che hanno collaborato con Monk e Buster Williams virtuoso del contrabbasso e pupillo di Ron Carter.

Mentre di Enrico Pieranunzi, Paolo Biamonte scrive: “Enrico Pieranunzi è da anni uno dei più importanti pianisti europei. Si è formato al Music Inn, dov’era di casa, suonando con molti grandi che venivano in Italia senza ritmica. Poi si è costruito una carriera da leader che l’ha visto registrare con gente come Chet Baker, Lee Konitz, Mark Johnson, Charlie Haden, Paul Motion, Chris Porter. È l’unico musicista italiano ad avere registrato al Village Vanguard di New York, il locale di jazz più prestigioso del mondo. E proprio il suo “Live at the Village Vanguard ” con Mark Johnson e Paul Motion ha vinto l’Echo Award, il Grammy Tedesco, mentre “Live in Paris“, con Hein Van de Geyen al contrabbasso e Dede Ceccarelli alla batteria è stato giudicato da “Down Beat “, la “Bibbia del Jazz“, tra i migliori CD del decennio 2000/2010”.

Pianista compositore, arrangiatore Enrico Pieranunzi ha registrato più Settanta opere discografiche a suo nome spaziando dal piano solo al trio, dal duo, al quintetto e collaborando, in concerto o in studio d’incisione, con il trombettista Chet Baker, il sassofonista Lee Konitz, il batterista Paul Motion, il contrabbassista Charlie Haden, il sassofonista Chris Porter, il contrabbassista Mark Johnson e il batterista Joey Barron. Pluripremiato come migliore musicista italiano nel “Top Jazz”, annualmente indetto dalla rivista Musica Jazz, negli anni 1988, 2003, 2008 e come miglior musicista europeo con il Django d’Or, 1997. Pieranunzi ha portato la sua musica sui palcoscenici di tutto il mondo esibendosi nei più importanti festivals internazionali, da Montrèal, a Copenaghen, da Berlino, a Madrid, a Tokyo, da Rio de Janeiro, a Pechino. A partire dal 1982 si è recato negli Stati Uniti dando concerti in varie città tra cui New York, Boston, San Francisco.

Di rilievo la sua partecipazione a Spoleto Festival e negli Stati Uniti a Charleston nel North Caroli, che ne ha voluto dare un ritratto completo proponendolo in concerti di piano solo, in duo e in trio. Proprio per l’opera discografica che prende il titolo “Live at the Village Vanguard“, gli è stato assegnato nel 2014 come Best International Piano Player, il prestigioso premio tedesco, riconoscimento dell’Echo Jazz Award, l’equivalente dello statunitense Grammy.

Enrico Pieranunzi ha composto diversi centinaia di brani alcuni dei quali sono ormai veri e propri stadards suonati e incisi da musicisti di tutto il mondo da, “Night Bird”, a “Donatella Forget the Poet”, a “Fellini’s Waltz”. Dopo due decenni di splendida collaborazione nei contesti più diversi Enrico Pieranunzi w Rosario Giuliani si sono finalmente ritrovati in studio per un progetto tutto loro. Pubblicato dalla prestigiosa etichetta tedesca Intuition, “Duke’s Deam” rende omaggio a Duke Ellington, vero gigante della musica del XX secolole cui geniali composizioni – tra queste le notissime “Satin Doll“, “Come Sunday” “I Got it Bed” – vengono interpretate dai due musicisti attraverso riletture raffinate ed originali. In Duke’s Dream Pieranunzi e Giuliani esprimono al meglio quella comune visione della musica che da tempo ha fatto di loro due i protagonisti assoluti della scena jazzistica internazionale. Per Pieranunzi un concerto sempre per piano si è svolto alla Casa del Jazz a Roma nel giugno del 2021.

“Pieranunzi in piano solo è stato un’avventura musicale da seguire nota foto nota. Si passa da una canzone di Gershwin a Scarlatti, da un blues a un brano originale che racconta una storia tutta sua. La sua musica, è stato scritto, “da voce al desiderio di superamento del confine interpretativo “ed egli” si prende la libertà di interpretare sé stesso”. Classe, eleganza, immaginazione sono gli ingredienti di un’esperienza sonora che riesce a catturare appassionati non di ogni genere musicale intenso e personalissimo quello di Pieranunzi, che da tempo si è giustamente guadagnato apprezzamento e reputazione in tutto il mondo.

Blues, barocco e molto altro, un’attività eclettica in cui pianismo, composizione e arrangiamento sono indispensabilmente intrecciati e che spesso l’ha visto impegnato anche come autore nella musica per film e teatro. Questo il mondo musicale di Enrico Pieranunzi, musicista tra i più versatili della scena musicale europea, nella cui particolarissima avventura sonora jazz e classica convivono fin dall’inizio uno a fianco all’altra. Troviamo così nella sua ricca discografia più di ottanta opere discografiche collaborazioni prestigiose con i migliori jazzisti internazionali ma anche con il musicista classico Bruno Canino in Americans e produzioni film lavori incentrati su Scatlatti, Bach, Haendel, Martinu, Gershwin, quest’ultimo in trio con suo fratello Gabriele al violino e con Gabriele Mirabassi al clarinetto. Parecchie sue composizioni sono diventate veri e propri standards suonati e registrati da tanti musicisti e pubblicamente prestigiosi “New Real Book” statunitensi. Il suo originale musicale è stato oggetto di numerose tesi di laurea o di dottorato in Italia e all’estero¹”.
(¹Auditorium.com, su oneline).

Un’altro interessante evento si è svolto nell’aprile del 2022 presso La Casa del Jazz a Roma, un evento veramente te straordinario.
“Per festeggiare diciassette anni della Casa del Jazz, un concerto evento, una straordinaria produzione originale. La Storia del Jazz italiano al suo Massimo livello verrà degnamente dalla esibizione del trio Reunion che riunirà dopo molti anni, per la speciale occasione, tre giganti del jazz italiano. Uniti da un’esperienza comune negli anni Ottanta a fianco della leggenda, il trombettista Chet Baker, e segnati indelebilmente da essa per tutto il resto delle loro prestigiose carriere: Enrico Pieranunzi, Riccardo Del Fra, Roberto Gatto“.

Enrico Pieranunzi continua a tutt’oggi a esibirsi in concerti e a registrare opere discografiche.

A cura di Alessandro Poletti – Foto Repertorio

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