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Da questa settimana, a cadenza mensile, intendo realizzare una serie di interviste a personaggi che ho avuto il piacere di conoscere in maniera approfondita, appartenenti a settori estremamente diversi, ma legati da una sottile linea di confine, rossa come l’involucro che la protegge, sto parlando della caramella Rossana, quella il cui nome prende origine dalla dama amata da Cyrano del Bergerac. Il primo che ho l’onore di intervistare è l’attore e regista più folle dai tempi di Saverio Castellucci Frini, divenuto tristemente celebre, alle fine degli anni trenta, per essersi tolto la vita appiccando il fuoco al teatro della sua città natale.

M.B.- Buonasera Maestro, posso offrirle un aperitivo?

I.R.B. – No, non si disturbi, io bevo solo Amaro Medicinale Giuliani dopo ogni pasto e mi concedo una correzione al giorno nel caffè del dopo pranzo.

M.B.: Bene. La prima domanda riguarda il suo pensiero sul teatro d’oggi.

I.R.B.: – Caro amico, quando a casa bevo un caffè, chiedo solo che provenga dall’isola di Sant’Elena, con le sue note caramellate e un irresistibile retrogusto di agrumi, perché come diceva Napoleone: “La sola cosa buona di Sant’Elena è il caffè”. Ora immagini che il periodo d’oro del teatro italiano sia come prendere al mattino, appena sveglio, un St Helena caffè, mentre il teatro di oggi è come pensare di svegliarsi bevendo una tazza di Miscela Leone, bietole, cicoria, orzo, segale, ceci, e melassa. Un succedaneo ciofecato che l’ex-imperatore di Francia avrebbe utilizzato come infuso lassativo.

M.B.: – A questo punto vorrei conoscere la sua idea di teatro moderno…

I.R.B.: – Il mio teatro è immortale, nel senso che preferisco far recitare ologrammi di grandi attori piuttosto che impiegati del palcoscenico reali. Il futuro del teatro, se di futuro su si può parlare, è olografico.

M.B.: Mi scusi… mi sono perso…

I.R.B.: – Con le tecnologie attuali, oggetti, persone e animazioni di ogni tipo sono tutte visibili in 3d senza l’uso di occhiali o visori.

M.B.: – Ho capito, ma cosa ne sarà degli artisti contemporanei? Che ruolo avranno nel suo Teatro Olografico?

I.R.B.: – I più dotati, continueranno a lavorare, ad esempio, in radio o realizzando audio book, gli altri si ricicleranno nelle scuole materne a raccontare favole…

M.B.: – Ora vorrei sapere a cosa sta lavorando, se ha un progetto che sta sviluppando per la stagione prossima…

I.R.B.: Caro Marco, lei mi è particolarmente simpatico per questo voglio renderla partecipe del grande evento che ho programmato nell’estate del 2023 a Lissone… Si tratta di una pièce realizzata in una officina anni trenta dove un attore/congegnatore meccanico, passa le sue giornate a produrre viti a brugola, quelle a testa incava esagonale che prendono il nome dal suo inventore, Egidio Brugola, il papà della vite più conosciuta in Italia, un uomo di talento e dall’ingegno inestimabile a cui è giusto rendere omaggio.

M.B.: – Le chiedo il nome di un artista che salverebbe dal calderone dei talenti perduti…

I.R.B.: – Silvano Poni, senza dubbio uno dei più grandi talenti degli ultimi vent’anni. Purtroppo il suo caratteraccio gli ha reso difficile il proseguimento di quella che sulla carta era destinata a essere una carriera stratosferica.

M.B.: – Le ricorda qualcuno…

I.R.B.: – Se si riferisce a me, io, alla sua età, avevo già teorizzato il teatro del reale, in sostanza, portavo il pubblico in sala quando iniziavano le operazioni di scarico del materiale scenografico alle sette del mattino e li costringevo, nel vero senso della parola, a visionare l’intero montaggio fino al termine. Poi, tutti a casa a guardare il Pranzo è servito. Fu un’esperienza rivoluzionaria che mi procurò parecchi problemi con i colleghi…

M.B.: – Caspita, ne sono convinto, il teatro del dietro le quinte è dirompente… un’ultima domanda, se dovesse consigliare ad un giovane regista un monologo da vedere e assimilare con urgenza, quale sceglierebbe tra i tanti che le è capitato di visionare nell’arco degli ultimi vent’anni…

I.R.B.: – Senza alcun dubbio, «Officina 24, dal diario dell’operaio Giuseppe Dozzo 1956-58» un monologo tratto dal diario contenuto nel libro «Gli anni duri alla FIAT: la resistenza sindacale e la ripresa» di Emilio Pugno e Sergio Garavini, pubblicato nel 1974 nella Serie Politica della casa editrice Einaudi. Giuseppe Dozzo era un operaio, licenziato nel 1958 dalla Fiat per rappresaglia anti-sindacale, e ricorda il modo in cui gli operai hanno lottato per i loro diritti insieme con i sindacati, in un’epoca in cui il ’69 era ancora lontano. Se n’è andato vent’anni fa, a 76 anni non ancora compiuti – dopo avere assistito a una manifestazione per la pace in Palestina e in Israele – a Collegno, la città in cui viveva dal 1968. A proposito, la caramella me la dà, vero?

A cura di Marco Benazzi – Foto Repertorio

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