“Che vi siete persi…”. Questa scritta apparve sul muro di un cimitero. Era il 10 maggio 1987 e in una Napoli impazzita di gioia per il suo primo scudetto, qualcuno pensò a loro, a chi non c’era più. Un po’ per renderli partecipi della festa e un po’ per rimproverarli bonariamente per non avere aspettato quel momento magico per tutta la città. I cimiteri sono una cosa seria, così come i funerali.

No, anzi, i funerali sono una cosa divertente, uno strumento perfetto per sfottò e carnevalate. Se è vero che il proverbio dice “scherza con i fanti ma lascia stare i santi”, allora con i morti si può scherzare. Oppure no? La questione è complessa. C’è chi ha pubblicizzato annunci funebri dopo le sconfitte altrui, per celebrare le proprie vittorie, organizzando funerali con bare colorate secondo i colori sociali altrui. Un umorismo un po’ macabro che nella morte simboleggia la fine delle ostilità.

Poi ci sono quelli che, come i laziali nel 2000, l’anno del loro ultimo scudetto, hanno voluto invece dare al funerale il senso di una protesta. Quella volta, a causa di un arbitraggio a dir poco approssimativo e l’annullamento in Juventus – Parma (1 a 0) di un gol del gialloblù Fabio Cannavaro, i tifosi della Lazio inscenarono un corteo funebre più rabbioso e sdegnato che non grottesco, con l’effetto di un’imprevista resurrezione del campionato all’ultima giornata.

Tutto si gioca tra ironia e cattivo gusto, tra sacro e profano. La morte come metafora e come augurio, gli infiniti cori, dal semplice e ritmato “devi morire” a tutte le sue cover più o meno elaborate, gli striscioni minacciosi e quel triplice fischio che non ammette repliche. L’agonismo misurato come volontà di sacrificio, di avvicinarsi all’ultimo sforzo (giocare alla morte), i riti scaramantici e le simbologie violente usate come codici (il pistolero, mitragliare, sciabolare, esplodere).

Il calcio, la sua storia e i suoi tifosi vivono di emozioni violente e da sempre dipingono la morte come metafora accettabile della sconfitta, del ritiro, dell’impegno. Durante i festeggiamenti del settimo scudetto juventino, correva l’anno 2018, è apparsa tra la folla una bara azzurra con la scritta “INSIGNE”. Forse perché l’attaccante è anche di Napoli e, più di altri, ha espresso delusione oltre a qualche pensiero di troppo per lo scudetto mancato. Resta il fatto che in questo caso la scatola di cartone con un nome sopra rischia di non fare più ridere perché costruito ad personam. Un gioco lugubre che ha un solo partecipante e una sola parte attiva, nonché divertita. L’altra no, non ride.

La morte e il calcio hanno la stessa distanza che c’è tra la terra e i pianeti ancora sconosciuti. Scherzarci si può, anche per esorcizzarla, ma bisogna essere bravi, altrimenti si finisce per esorcizzare il calcio.

Il vice Direttore Ugo Vandelli – Foto Marco Iorio

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