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ENRICO RAVA IL TROMBETTISTA FILOSOFO

Proseguendo a parlare del Jazz italiano e in special modo dei musicisti italiani che suonano questo genere musicale, dopo aver parlato e raccontato la vita artistica, del trombettista Paolo Fresu, ora è in scena un’altro eccellente musicista anch’esso trombettista, Enrico Rava.

Come si sa oramai in Italia il jazz è conosciuto e il livello di conoscenza è arrivato a livelli eccellenti, anche a chi si è avvicinato a questo genere musicale il jazz, rispetto agli anni Sessanta e Settanta hanno per così dire una certa libertà di pensiero, nel senso che parlare di questo genere musicale, non è più metaforicamente parlando un peccato.
Oggi nei conservatori questa cultura che è nata dagli afroamericani schiavi, quando i coloni europei portarono gli africani nel Nuovo Mondo, strappandoli alla loro terra e alla loro cultura.
Oggi vi sono delle realtà più aperte al Jazz e addirittura vi sono dei conservatori in Italia che permettono a chi studia musica di perfezionarsi su questo genere, e poi i vari seminari che gli stessi musicisti che lo suonano fanno, durante l’arco dell’anno in varie parti d’Italia.

La cosa negativa è il fatto che a mio parere non venga considerato molto in Italia, e che i cittadini italiani non lo digeriscono molto, dicendo che è musica difficile.
Io penso che in questa era, non ci sia più la percezione delle belle cose, ascoltare gli altri e ascoltare le storie belle della vita.
Sembra che non ci sia più una cultura vera e propria, una cultura con la C maiuscola.
In Italia il sistema della Cultura è per gli italiani consumismo, senti un brano che ti piace, un genere musicale, bene lo compri lo ascolti e poi lo butti via, come qualsiasi cosa che l’italiano compra.
Mentre negli altri paesi europei, la Cultura funziona in modo differente ed è più considerata anche dai parlamentari di questi paesi.
Ma ritornando al trombettista triestino Enrico Rava, lui ha avuto nella sua carriera di musicista soddisfazioni non solamente italiane ma anche a livello internazionale, come lo racconta lui stesso in un bel libro dal titolo: “Incontri con musicisti straordinari, La storia del mio jazz” autore Enrico Rava – edito dalla Casa Editrice Gingiacomo Feltrinelli, prima edizione in Serie Bianca giugno 2011, Milano.
Enrico Rava nasce a Trieste nel 1939, di famiglia piemontese da generazioni, cresciuto a Torino dove ha cominciato a suonare da autodidatta il trombone in bande dixieland.
Si trasferì a Roma nei primi anni Sessanta, ha avuto modo di collaborare con importanti musicisti, in particolare con i sassofonisti Gato Barbieri e Steve Lacy. Con il primo ha registrato nel 1965 la colonna sonora di Piero Umiliani per il film di Giuliano Montalto Una Bella Grinta. E invece con Steve Lacy il trombettista ha suonato in un quartetto trasferendosi poi in Argentina per qualche tempo, dove ha registrato nel 1966 The Forest and the Zoo, considerato uno delle dieci opere discografiche essenziali del Free Jazz.

L’anno dopo il trombettista Enrico Rava si trasferisce negli Stati Uniti a New York, con le difficoltà che una persona può avere e incontrare, per non sapere bene la lingua inglese.
Qui ha vissuto e lavorato per una decina d’anni collaborando fra gli altri con la Jazz Composer Orchestra e partecipando all’incisione dell’epocale opera fonografica Escolator Over the Hill di Carla Bley. Il trombettista inoltre ha collaborato con importanti musicisti come Lee Konitz, Pat Metheny, Michel Petrucciani, John Abercrombie, Joe Henderson, Paul Motion, Richard Galliano, Miroslav Vituous, Joe Lovano e Roswell Rudd.

Con il suo quintetto è leader in cui figurano nomi eccelsi, dal trombonista Gianluca Petrella, al batterista Roberto Gatto, al contrabbassista Rosario Bonaccorso, al pianista Andrea Pozza che con il tempo viene sostituito da Stefano Bollani, con questo gruppo il trombettista triestino incide varie opere discografiche per la label tedesca ECM.
Nel nuovo millennio 2007 il musicista ha ricevuto una Nomination come Best Jazz Act per il prestigioso Italian Jazz Awards, l’Oscar Italiano del Jazz, votato dal pubblico e l’anno dopo ha ottenuto una Nomination come Best Jazz Album con “The Third Man”, in una esecuzione in duo con il pianista Stefano Bollani, per la seconda Edizione degli Italian Jazz Awards. Nel 2009 all’Auditorium Parco della Musica a Roma, Enrico Rava gli viene affidata la direzione del Jazz Lab, con il quale ha realizzato alcuni progetti, tra i quali Rava suona Gershwin e Rava on the Dance Floor, basato su musiche di Michael Jackson riarangiate con la collaborazione dall’arrangiatore il musicista Mauro Ottolini.

Spesso Enrico Rava oltre a suonare jazz, ha collaborato con musicisti e cantanti italiani, tra i quali Mario Castelnuovo nella canzone, Come sarà mio figlio, con Ivano Fossati nella canzone La Disciplina della Terra, e il brano cantato da Gino Paoli e Ornella Vanoni dal titolo, Ti ricordi? No non mi ricordo.
È stato uno tra i musicisti italiani che hanno contribuito a far emergere talenti, oggi musicisti affermati a livello nazionale e internazionale, come Stefano Bollani, Gianluca Petrella, Claudio Quartarone, Andrea Pozza, Mauro Ottolini, Paolo Fresu, Daniele Tittarelli e Julian Oliver Mazzariello.

Inoltre Enrico Rava nell’anno 2019, viene insignito di un titolo importante per un cittadino italiano e in special modo un artista, quella dell’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana; in passato il musicista era già stato nominato Chavalier des Arts et des Lettres, dal Ministro della Cultura Francese e Doctor in Music Honoris Causa, presso la Berklee School of Music di Boston negli Stati Uniti.
Nel 2018 Rava è in tour con il suo gruppo Rava – Lovano Quintet, con Giovanni Guidi al piano, Dezrom Douglas al basso e Gerald Cleaver alla batteria.

Nel periodo più recente, il 22 maggio 2019 è stata pubblicata l’opera fonografica per la label tedesca ECM Records, della formazione del trombettista Rava, registrato dal vivo all’Auditorium, Parco della Musica a Roma.
Nel maggio 2020 è la volta di un’altra opera fonografica, questa produzione esce per la label Accidental Records, il disco dal titolo Herbert – Guidi For Mario live, questa opera è dedicata alla figura di Mario Guidi, storico Manager del trombettista Enrico Rava, con il quale ha avuto un rapporto lavorativo trentennale, che è venuto a mancare nel dicembre del 2019. Il disco è disponibile in formato digitale, ed è una raccolta delle esibizioni live di questo Trio.
Rava è sicuramente il jazzista italiano più conosciuto ed apprezzato a livello internazionale.
Da sempre impegnato nelle esperienze più diverse e più stimolanti è apparso sulla scena jazzistica a metà degli anni Sessanta, imponendosi rapidamente come uno dei più convincenti solisti del Jazz europeo. La sua schiettezza umana ed artistica lo pone al di fuori di ogni schema e ne fa un musicista rigoroso ma incurante delle convenzioni.
La sua poetica immediatamente riconoscibile, la sua sonorità lirica e struggente sempre sorretta da una stupefacente freschezza d’ispirazione, risaltano fortemente in tutte le sue avventure musicali.
Tra le sue numerose discografia già sono da segnalare gli imprendibili Quartet (ECM-1978), Rava l’Opera Va (Label Bleu-1993), Easy Living (ECM-2004), Tati (ECM-2005) e The Words and The Days (ECM-2007), New York Days (ECM-2009), Tribe (ECM-2018) e On the Dance Floor (ECM-2293).

Qui è da notare come un musicista italiano abbia pubblicato opere fonografiche per una label tedesca, l’ECM Records del produttore e fondatore Manfred Eicher.
Il produttore tedesco che fondò l’etichetta nel 1969, con l’intento di dare al pubblico degli appassionati di musica una qualità ottima nella registrazione fonografica e di dare qualità musicale e artistica con un vasto repertorio, inizialmente con la musica classica e poi espandendosi in altri generi musicali come la Musica Jazz.
Non è difficile usare i superlativi per raccontare la sua avventura musicale, quella di Enrico Rava è stata talmente ricca, ricco è il suo curriculum, talmente affascinante il suo mondo musicale, talmente è lungo l’elenco dei musicisti con i quali a collaborato, vi sono musicisti italiani, europei e americani: per dirne una piccola parte, Franco D’Andrea, Massimo Urbani, Stefano Bollani, Joe Henderson, john Abercrombie, Pat Metheny, Archie Shepp, Miros Vitous, Daniel Humair, Michel Petrucciani, Charlie Mariano, Joe Lovano, Albert Mangelsdorff, Dino Saluzzi, Richard Galliano, Martial Solal, Steve Lacy, Mark Turner e John Scofield.

Enrico Rava ha effettuato inoltre Turs e concerti in USA, Giappone, Canada Europa, Brasile, Argentina e Uruguay, partecipando a importanti Festival, a Montreal,Toronto, Hoston, Los Angeles, Perugia, Antibes, Berlino, Parigi, Tokyo, Rio de Janerio, e San Paulo, riscuotendo notevole successo dall’opinione pubblica e dai Mas Media.
Inoltre il trombettista triestino è stato votato più volte miglior musicista nel referendum annuale della rivista italiana, Musica Jazz, risultando vincitore anche nelle categorie dei, migliori gruppi e per il miglior disco italiano.
Nominato anche, Cavaliere delle Arti e delle Lettere, dal Ministro della Cultura Francese, nel 2002 Rava ha anche ricevuto il prestigioso premio Jazzpar Prize a Copenhagen.

Negli ultimi anni Enrico Rava è comparso nei primi posti del referendum della rivista americana Down Beat, nelle sezione riservata ai trombettisti, alle spalle di Dave Douglas, Wynyon Marsalis e Roy Hargrove, e in quella riservata ai migliori gruppi, con il quintetto chiamato Tribe. In questo contesto è la prima volta che una formazione italiana si trova e figura in una classifica cosi importante.
Agli inizi del nuovo millennio, nel gennaio 2004, Enrico Rava, si è esibito per una settimana nel prestigioso locale Blue Note di New York, bissando ancora il successo alla Town Hall e poi ancora nel celebre locale il Birdland, negli anni che vanno dal 2006, 2008, 2012 e 2013.

L’8 giugno del 2011 la Casa Editrice Giangiacomo Feltrinelli di Milano, pubblica il libro dal titolo: ” Incontri con Musicisti Straordinari, la Storia del mio Jazz – la Storia degli Ultimi Cinquant’anni di Jazz, nelle parole divertenti di uno dei protagonisti assoluti della Musica Contemporanea.
In questo libro Rava parlando in prima persona, ripercorre la storia della sua carriera attraverso il racconto della sua vorticosa attività fatta di continui incontri con musicisti straordinari, di storie sempre surreali e talvolta amare, di piccole stranezze e grandi talenti, restituendo uno spaccato vivido, con il sorriso e lo sguardo ironico di chi, alla fine, di cose ne ha viste accadere tante.

Anni Sessanta, dal libro di Enrico Rava: “UNO PICCOLO MONDO ANTICO”.
Chet ero andato a vederlo a Milano alla Taverna Messicana. Suonava con alcuni dei migliori italiani, tra cui Gianni Basso e Franco Cerri. Chet è stato uno dei musicisti più emozionanti che abbia mai avuto la fortuna di ascoltare. Ogni volta che suonava era come fosse l’ultima . Un pathos e un’intensità unici. Si era lasciato alle spalle una serie innarrenabile di problemi tra cui arresti, morte di colleghi per overdose, fughe da spacciatori non pagati.
Altri problemi, ancora peggiori, lo aspettavano al varco. Ma quando suonava, che meraviglia!
E quando cantava, con quella sua voce da adolescente era impossibile non farsi catturare. Miles e Chet: i trombettisti moderni che amo di più e che mi hanno regalato dei momenti indimenticabili.

Comunque i guai erano lì che lo aspettavano, e puntualmente si fece trovare svenuto in un lago di sangue nel gabinetto di una stazione di servizio in Versilia. O almeno questa e la versione che ci hanno raccontato. Una ventata di arresti in zona, il suicidio di un medico, un grosso scandalo che coinvolse parecchi Vip, frequentatori dei locali alla moda di Viareggio, Forte dei Marmi e dintorni. Condannato a sedici mesi di carcere, lì sconto’ a Lucca.
Il tempo di disintossicarsi, di scrivere musica, di imparare l’italiano e di pensare a che musicisti avrebbe voluto avere nel duo gruppo una volta fuori.

Alla batteria il mio amico Mondini, Giovanni Tommaso al basso, Amedeo Tommasi al piano e Antonello Vannucchi al vibrafono. Ed è così che ho avuto modo di conoscerlo nel lontano 1962. A volte, quando avevano dei giorni di riposo, veniva a Torino a casa di Franco, dove mi filavo immediatamente, qualunque cosa stessi facendo. Volevo dei consigli, fargli delle domande, ma ero come paralizzato. La sua grandezza mi impediva un comportamento normale, non riuscivo a dire cose sensate. Stavo lì ad ascoltarlo mentre faceva qualche nota per scaldarsi.
Stava benissimo. Suonava meglio che mai e non si faceva, ma è durata poco.
Dopo non molto tempo arrivarono dal Belgio Bobby Jaspar e Rene’ Thomas. Sax e chitarra. Due autentici giganti.Tra i più grandi che l’Europa abbia mai partorito. Con loro anche Jacques Pelzer, uno dei padri del Jazz moderno europeo. Però tossici persi. Dopo pochissimo tempo Chet c’era di nuovo dentro in pieno. Poi fuga dall’Italia, problemi in Germania, grane grosse in Francia e ritorno negli Usa. E ancora, il vagabondaggio da un paese all’altro con il bisogno quotidiano dei soldi per pagarsi il vizio, circondato dai soliti avvoltoi. Ma ogni volta che suonava, anche nelle peggiori condizioni, era magia.
Per me ascoltarlo mentre scaldava lo strumento, con quel suo approccio alla tromba cosi naturale, sentirlo parlare con quella voce così fragile e stato, in quegl’anni, come andare all’università […]”.

“due A QUEI TEMPI ERA SEMPRE FESTA”.
Inizia così la bella estate di Cesare Pavese. Anche per me erano giorni di festa.
L’iniziazione alla mia nuova vita. Ogni giorno il ricordo di quegli anni persi in ufficio sbiadiva sempre di più fino a diventare qualcosa di completamente estraneo. Eravamo a Castiglioncello. Gato suonava tutte le sere in un locale sul mare. Io ero “in panchina”. Ogni due o tre giorni c’era bisogno di me e non mi facevo certamente pregare. La mattina si dormiva fino a tardi e si passava il pomeriggio in spiaggia. Era arrivato Mario Trejo da Cuba dove era stato un anno e dove gli avevano conferito il premio Casa de las Americas per le sue poesie. Era arrivato con mille dollari in due tagli da cinquecento, ma era come se non avesse una lira perché tutte le volte che c’era da pagare qualcosa diceva: “Non volete mica che cambi cinquecento dollari per così poco…”. “Ma Mario, “gli dicevano noi, “se continui a non cambiarli ‘sti benedetti dollari, dobbiamo pagare sempre noi. Diventa un problema!” “Io arrivo da Cuba, dove ogni volta che si sente il rombo di un aereo potrebbero essere gli americani che vengono a bombardare! Questi sono i veri problemi! Non me la menate con queste cazzate!” Insomma, non lì cambiava mai. Ma era così divertente, e che grande poeta…

Poi l’evento dell’estate: Miles al Festival d’Antibes con il nuovo quintetto. George Coleman al sax tenore, Herbie Hancock al piano, Ron Carter al basso e Tony Williams diciassette anni, alla batteria. Partenza con la solita 600. Eravamo in quattro: Gato con la moglie Michelle, Graciela (la cugina di Michelle che avevo conosciuto a Firenze) ed io. Un viaggio che non finiva più. Niente autostrade. La via Aurelia con tutti quei passi e valichi, la frontiera, il controllo doganale e, finalmente, voila’ la France. C’era un grande amico di Gato ad Atibes, Lalo Schifrin, pianista e compositore argentino trasferitosi da qualche anno negli USA dove aveva suonato a lungo nel gruppo di Gillespie per poi andare in California e diventare uno dei top delle colonne sonore. Era al Festival in quanto “compagno” di Sarah Vaughan e avevano fatto il viaggio in nave insieme a Miles.
La sera del concerto ci aveva invitati al backstage. Il palco, allestito in un bellissimo parco, aveva il mare alle spalle. C’era una gran folla e l’eccitazione, la curiosità e la tensione erano palpabili. Stavamo chiacchierando nel rotrepalco con Schifrin e Frances, la splendida moglie di Miles. Poi d’improvviso tutto si blocca. Davis Fende la folla che si apre di fronte a lui come le acque al passaggio di Mose’ che entra nel Backstage. Si siede sugli scalini che portano al palco, tira fuori la tromba verde, mette la sordina Harmond, fa alcune scale esatonali, dopodiché con un gesto chiama i suoi musicisti, André Francis sale sul palco e li presenta”… a’ la batterie Tony Williams, il a dix-sept ans!. E Miles attacca con Autumn Leaves. Michelle, che mi stringeva un braccio, caccia un urlo e mi conficcato le unghie nella carne. Da lì in poi il concerto è talmente straordinario da farmi restare a corto di aggettivi per descriverlo. D’altronde ne esiste la registrazione: si tratta di Miles Davis in Europe, della Cbs. Luglio 1963.

Era la prima volta che sentivamo suonare in quel modo. La sezione ritmica stava portando alle estreme conseguenze quell’interplay che ci aveva così colpito qualche anno prima col trio di Bill Evans, con Scott LaFaro e Paul Motion. Sembravano suonare Free, in certi momenti davano l’idea di non tenere il tempo, e invece il tempo era lì, nella loro testa, e improvvisamente esplodeva in uno swing irresistibile. Che esperienza! Su tutto questo Davis volava, inviando messaggi impercettibili ai suoi uomini che contemporaneamente lo guidavano e ne erano guidati. La grande magia del Jazz. Quando tutto funziona perfettamente, e tutti danno e tutti ricevono. Nessuno rinuncia al proprio ego ma allo stesso tempo nessuno prevarica. Un microcosmo dove vige una democrazia perfetta, irrealizzabile nella vita reale.
George Coleman ci era sembrato poco coinvolto. E infatti, quando dopo il concerto Michelle gli fa: “Che emozione deve essere suonare in una band così, una musica così straordinaria!”, Coleman risponde:”It’s just a gig, ” è solo un lavoro. Perse di colpo un’enorme quantità di punti.

Tant’è che ho degli Lp di quel gruppo, in particolare il Live al Lincoln Center, con dei solchi intensi: sono quelli che corrispondono agli assoli di George Coleman. Non sarebbe rimasto a lungo nel gruppo. In quel disco peraltro c’è uno dei più begli assoli di Miles, in Stella by Starlight.
Si torna a Roma. Di nuovo frontiera, passaporti (l’Unione europea era ancora lontanissima), controllo doganale (avevamo l’aria così sospetta?), l’Aurelia, passi, valichi e finalmente di nuovo a casa…
Ed ecco il miracolo. C’è a Trastevere un ristorante per turisti che più per turisti non si può, a partire dal nome: Meo Patacca. Il padrone era un californiano, Remington Olmsted, un omone che ha fatto il caratterista in numerosi film italiani, dove ovviamente faceva la parte dell’americano.
Nornalmente il gangster. Aveva occupato tutta la piazza de’ Mercanti e ne aveva fatto una sorta di set cinematografico. Da una parte l’osteria, che con le cucine occupava tutta una zona della piazza. Dall’altra c’era la casa dove abitava con la moglie e il fratello, che sembrava uscito da un film western, e di fianco una specie di birreria. All’ora di cena la piazza si animava e diventava un film bizzarro dove gli addetti al parcheggio, vestiti da antichi romani, montavano dei cavalli bianchi. I camerieri erano vestiti da popolani dell’Ottocento.
Il posto riscuetava molto successo e d’estate si riempiva di turisti che si ingozzavano a più non posto. Ciononostante il cibo non era male. Proprio di fianco all’osteria, sull’angolo, c’era uno spazio inutilizzato con tutte le caratteristiche della cave. F. Remington meditava di farne qualcosa. Ed è lì che siamo arrivati noi a proporgli di fare un club di Jazz. Era un decisionista e in un paio di settimane il locale era già pronto. Il nome era improbabile: Il Purgatorio […]”.
4 – New York, New York.

“[…] Gennaio 1967. Sbarchiamo all’aeroporto Kennedy, International Building, da un aereo delle Aerolineas Argentina proveniente da Buenos Aires. L’impatto è fortissimo fin dal primo momento. Dopo una camminata interminabile arriviamo agli sportelli dell’ Immigration Office. La coda non finisce mai. Tutti i passeggeri vengono interrogati a lungo. Cosa viene a fare, quando si ferma, faccia vedere il biglietto di ritorno, quanti soldi ha con sé, dove va ad abitare. I funzionari sembrano duri e inflessibili. Mi ricordano i Vopos, i poliziotti di frontiera della Germania Est. Si avvicina il nostro turno e la paranoia cresce. Speriamo che ci facciano entrare, che non ci rimandano indietro… E poi finalmente click, ci mettono il timbro d’ingresso sui passaporti. Possiamo restare sei mesi. Evviva! Siamo in America! […]”.
“[…] l’Ottantesima parte dell’Est River attraversa tutta la città in orizzontale passando per il Central Park proprio all’altezza del Metropolitan Museum. Per un paio d isolati è tutto un susseguirsi di casette ottocentesche di mattoni marroni o rossastri. Quasi tutte di tre piani, con le strutture di legno. Sono bellissime e pittoresche. Sembra di essere in un libro di Henry James. Man mano che si va verso ovest la brownstone vengono sostituite da case sempre più grandi e sontuose, finché si arriva all Fifth Avenue con i suoi prestigiosi palazzi per ricchissimi, i suoi portieri vestiti da ammiragli con meravigliosi cappotti e bottoni d’oro, a uomini dalla security, con le divise in similpolizia e le colt bene in vista. La gente è spettacolare. Per uno come me abituato ai vestiti un po’ da burocrati degli italiani anni Cinquanta e Sessanta era veramente eccitante. Sembrava che ogni passante si sforzare di rappresentare un personaggio. I mie occhi un po’ monomaniaci credevano di individuare in ogni nero, dallo spazzino all’uomo d’affari, un musicista di jazz. O per lo meno un jezzofilo.
Girare per Manhattan e facilissimo perfino per chi come me non ha un grande senso dell’orientamento. È un’isola rettangolare. Le Avvenue la attraversano verticalmente da sud a nord, e le strade la attraversano orizzontalmente. Sono tutte numerate: Prima Strada, Seconda Strada, Terza Strada ecc. La numerazione comincia da sud e sale verso nord. C’è anche una zona, sotto la Prima Strada, più complicata da girare, dove normalmente mi perdo. La parte nord si chiama genericamente Uptown. La parte in mezzo Midtown e la parte sud Downtown. Sono definizioni vaghe che servono soprattutto a indicare dove si sta andando. Dove vai? Vado a Downtown.

L’unico problema: non parlavo inglese. Appartengo a quella generazione disgraziata che a scuola aveva studiato (male) solo il francese. Con Steve, che parlava benissimo il francese, il problema non si poneva, ma qui tutto si complicava […]”
“[…] i primi tempi, a parte lo scoglio della lingua, furono meravigliosi. Si tutto quello che avevo sognato. Ero nel centro del mondo, anzi, nel centro del jazz. Grazie al fatto di suonare con Steve Lacy, musicista rispettatissimo e amato dalla comunità jazzistica, mi si aprivano tutte le porte. Uno dopo l’altro incontravo tutti i miei idoli. Alcuni di loro mi chiamavano a suonare. I grandissimi, quelli che avevano inventato questa musica, erano ancora vivi e in piena attività. Miles Davis al Village Gate, Monk al Five Spot, Coltrane all’Olatunji Center, Ornette Coleman alla Town Hall. E poi Duke Ellington, Gil Evans, Louis Armstrong. Il problema era decidere cosa e dove. Il posto era alternativo dove suonavano spesso i nuovi grandi era lo Slug’s una specie di budello nella Lower East Side. Un quartiere molto degradato a est dell’East Village, tra la First Avenue e la Avenue b e c. Vi si trovavano degli appartamenti a prezzi irrisori. Molte delle case, quasi tutte di fine Ottocento, erano messe molto male, anzi cadevano a pezzi, con i cartoni al posto dei vetri. Pantegane lunghe così e tossici, alcolizzati, gente senza speranza, senza futuro e con un passato da dimenticare. L’isolato di Slug’s era messo un po’ meglio. Ma per arrivare al club bisognava passare davanti alla tana degli Hell’s Angels, a meno non circumnavigare l’intero isolato che, oltre a essere una bella camminata, costringeva a passare in una zona non illuminata e altamente pericolosa. Di fronte al ritrovo degli Angels erano parcheggiate decine di Harley Davidson e stazionava sempre un gruppetto di motociclisti con divisa regolamentare da teppisti, pantaloni e giubbotti di cuoio, stivali da Cowboy, borchie dappertutto, berretti alla Brando ne Il Selvaggio e facce da delinquenti che si dedicavano a provocare i passanti. Se poi questi erano neri le cose potevano mettersi veramente male. Quanti ne ho visti arrivare al locale con i segni di un pestaggio in piena regola […]”.
“[…] Un anno dopo torno a New York per un nuovo disco con Don Cherry, che questa volta volle portarsi dietro il quintetto europeo con Karl Berger, J.F. Jenny-Clark e Aldo Romano. Uno dei più bei gruppi di quegli anni. Arrivarono con la Icelandic Airlines, che è stata un po’ l’antesignana delle compagnie Low cost di oggi. Faceva Lussemburgo-Reykjavik-New York i sedili era molto scomodi e lo spazio per le gambe ridotto al minimo per non parlare della sbobba che rifilavano a pranzo. In compenso costava pochissimo si potevano recuperare le spese facendo un concerto nella capitale islandese. Don era uno specialista di queste cose.

Non appena arrivati a New York, emozionati, entusiasti, morendo dalla voglia, di suonare, colpo di scena: Don sparisce risucchiato dalla banda di amici, spacciatori e musicisti che piombano su di lui non appena mette piede in città, facendogli dimenticare ogni buon proposito. Aldo J.F. riescono a farsi ospitare da un amico martinicano che abita, nella Lower East Side. L’amico non ha un letto extra e i due si fanno prestare un materasso a una piazza e mezzo da Carla Bley, che però abita nella Novantaseiesima all’angolo con Lexington Avenue. Nessuno che abbia uno straccio di automobile né i soldi per affittarne una. Se la fanno a piedi, con il materasso in spalla dalla Novanteseiesima a Tompkins Squere. Chi conosce New York lo sa: sono chilometri. Tanti.

Alla fine, quando ogni speranza sembra perduta, Don riappare. Il disco si registra, ma non è più il quintetto originale. Aldo ne rimane fuori, ed è un vero peccato perché nessun batterista aveva capito così bene la musica di Don Cherry. Al suo posto di nuovo Blackwell. Oltre a Gato c’è Pharoah Sanders e i bassisti sono due: J.F. e Herry Grimes.
Il disco è Symphony for Improvisers. Bello, importante, ma non c’è quella cosa straordinaria del “quintetto europeo”.
Leandro “Gato” Barbieri a questo punto e uno degli uomini di punta del nuovo Jazz. Il suono del duo è strepitoso. Pur mantenendo un legame con le sue origini coltraniane, ha trovato una sua voce personale che gli viene dalle radici sudamericane. Il suo canto è commovente, sensuale, disperato. È difficile resistergli […]”.
(Il testo virgolettato qui scritto è tratto dal libro dal titolo: “Incontri con musicisti straordinari – La storia del mio Jazz, autore Enrico Rava, Casa Editrice Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano. Prima edizione in “Serie Bianca” giugno 2011).
In questo articolo o cercato di parlare di questo musicista raccontando la sua storia di artista, inserendo anche dei tratti raccontati dal trombettista triestino, tratti dal suo libro scritto in prima persona, delle sue esperienze e della vita artistica di questo noto bravo artista, conosciuto sia in Italia che a livello internazionale.

Post Scriptum.
Agli appassionati di Musica Jazz, consiglio il libro dal titolo: “Incontri con musicisti straordinari – La storia del mio Jazz, autore Enrico Rava. Casa Editrice Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano. Prima Edizione in “Serie Bianca” giugno 2011.

A cura di Alessandro Poletti – Foto Redazione

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