Se n’è andato in silenzio, come sua abitudine, visto che parlare …. non era il suo mestiere, molto meglio piazzarsi addosso all’attaccante avversario di turno, azzannargli i polpacci, in modo duro ma corretto, perché Tarcisio Burgnich era un DIFENSORE, di quelli veri, di quelli che negli anni sessanta/settanta badavano al sodo e poco importa se non facevano i goleador come si usa oggi, perché il loro compito non era segnare ma NON far segnare, e lui era uno di quelli che ci riusciva piuttosto bene.

Friulano di Ruda, dov’era nato il 25 aprile 1939, Burgnich era cresciuto nelle giovanili dell’Udinese, con la cui maglia aveva esordito in Serie A nella stagione 1958/59 e con la quale disputò otto gare anche nella stagione successiva; acquistato nell’estate 1960 dalla Juventus, con i bianconeri non ebbe troppa fortuna, dato che lo si riteneva poco adatto allo “stile” di Madama.

Ceduto al Palermo, Burgnich conquistò il posto da titolare senza più lasciarlo e segnò anche una rete, guarda caso proprio a Torino contro la Juventus, nella vittoria rosanero (4-2); l’ottavo posto dei siciliani (Scudetto al Milan e Juventus dodicesima) lo mise nuovamente in luce e l’Inter pensò bene di acquistarlo, facendone uno dei pilastri in nerazzurro e con la maglia della Nazionale, un periodo durato dodici anni, prima di un nuovo triennio a Napoli.
Sessantasei partite con la maglia della Nazionale, il Campionato Europeo vinto nel 1968, il secondo posto nel Mondiali messicani, dove segnò anche la rete del momentaneo 2-2 in quell’incredibile ed affascinante Italia-Germania 4-3 e la marcatura di Pelè nella finale contro il Brasile; seicentocinquantasette le presenze con le maglie dei club dove ha giocato, tra campionato e coppe varie, con un curriculum spaventoso: 5 Scudetti (uno con la Juve, gli altri con l’Inter), 1 Coppa Italia (con il Napoli), 2 Coppe Campioni ed altrettante Intercontinentali, 1 Coppa di Lega italo-inglese (sempre con il Napoli).

Meno fortunata la sua carriera da allenatore, con la Serie A a Catanzaro, Bologna, Como e Cremona, poi tanta serie B e C, sempre però con lo stesso impegno e carattere di quando giocava, anche se gli “allievi” erano di ben altro stampo, con poca di quella “fame” che era stata la fortuna di tanti ragazzi venuti dal nulla, da anni difficili del dopoguerra.

Sarti, Burgnich, Facchetti …. come non ricordare quell’inizio di formazione della grande Inter del “mago” Herrera, come non ricordare quei grandi calciatori, che però erano prima di tutto grandi uomini? Oggi se ne sono andati tutti perché questa è la vita, ma hanno lasciato tutti un segno nel calcio e non solo ed il loro ricordo, la commozione vera nell’apprendere le tristi notizie delle loro dipartite, ne è la conferma più bella.
Buon cammino “Roccia“, anche da chi ti ha considerato un avversario, ma sempre con rispetto e ti ha tifato con la maglia azzurra, ricordandoti con quelle braccia alzate dopo la rete ai tedeschi, il sorriso stampato in viso, verso la finale ….

Il Direttore responsabile Maurizio Vigliani – Foto Lapresse

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