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IL NATALE CON LA I MAIUSCOLA

C’era una volta Il Natale. Il Natale con la I dell’articolo maiuscola, perché quel Natale è stato il più bello che io abbia mai vissuto.

Avevo otto anni. Quell’anno il Natale cadeva di Sabato. Il mondo era ancora bellissimo. Non c’erano i cattivi. C’erano solo i buoni. E i più buoni di tutti erano i miei nonni. Il nonno, che lavorava a ottocento chilometri da casa e perciò lo vedevamo solo due o tre volte all’anno, pochi giorni prima, quando l’avevamo sentito al telefono, ci aveva detto che non sarebbe tornato perché aveva da concludere un importante appalto. Avrebbe trascorso il suo Natale lavorando, e alla sera avrebbe cenato mangiando dei tortellini in brodo coi colleghi di cantiere, in container.

A casa nostra non si usava festeggiare la Vigilia di Natale, perché mio papà andava a cantare nel coro parrocchiale alla Messa di mezzanotte, e non avrebbe potuto cantare bene con la pancia piena! Perciò, la sera della Vigilia era una sera come le altre, fatta eccezione per quell’emozione che solo l’attesa, quell’attesa vissuta col candore dei bambini, poteva darmi.
Erano le nove: io mi stavo preparando per andare a letto, avevo già lavato i denti, indossato il pigiama, e stavo facendo il giro per dare il bacio della buonanotte a mamma, papà e soprattutto alla nonna (alla quale, in cambio del bacio, strappavo puntualmente un giro di titintitunmussetta sulle ginocchia nonostante fossi già grandicella): l’indomani sarebbe stato il giorno più bello dell’anno, più ancora del mio compleanno, perché sarebbe arrivato Babbo Natale ed ero certa che, anche se non gli avevo scritto la letterina (per meritarsi il titolo di Babbo Natale quel buffo e saggio nonnino doveva conoscere perfettamente i desideri di ciascuno dei suoi tanto amati bambini), mi avrebbe portato esattamente quel dono che il mio cuore tanto desiderava: un cucciolo di animale, che avrei amato e che mi avrebbe amato, in modo assoluto.

Allo squillare del campanello, le facce degli adulti si fecero tutte serie: a quell’ora, non poteva che trattarsi di qualcuno che avrebbe portato qualche brutta notizia. Andò mio papà ad aprire. Io, curiosa ed ingenua, mentre la nonna aveva già iniziato a sgranare il rosario e mentre la mamma si era nascosta in cucina, mi ero attaccata dietro a mio papà che continuava a rimproverarmi e a dirmi di tornare in cucina.

Quando aprì la porta, non potevo credere ai miei occhi: era davvero il nonno Mario quell’uomo che si era presentato a quell’ora con due borse piene di pacchetti a casa nostra? Mio papà rimase senza parole: d’altronde quell’uomo gli aveva fatto da padre da quando, dopo essersi sposato con mia mamma, erano venuti ad abitare nella stessa casa. In quel momento, che durò una manciata di secondi, il tempo sembrò fermarsi: tutto, anche i nostri respiri, erano rimasti sospesi nell’incredulità, nella sorpresa, nella magia di quell’incontro che sapeva di amore.

Il cappotto invece no, quello sapeva di naftalina: era di lana buona, e perciò la nonna si garantiva, abbondando di quelle tavolette bianche, che le tarme non se lo mangiassero d’inverno. Ne usava talmente tanta che ancora ora, mentre ne scrivo, mi sembra di sentirne l’odore. Fu proprio la naftalina a farmi capire che era il nonno: “Ciao nonno!” gli dissi saltandogli in braccio. “Sara no te sare’ miga drio schersare”, mi fece eco la nonna dalla cucina. “Nonna guarda… c’è il nonno! Mamma, Michi… (il mio gemello), chiamai tutti all’appello.

Presi il nonno per mano e entrammo insieme in cucina: la meraviglia del bacio che diede alla nonna, non la potrò mai più scordare. Sapeva di amore vero. Certo, avevo otto anni, cosa ne sapevo io dell’amore degli adulti? Nulla, ma quello che mi avevano insegnato i nonni, durante le telefonate che si facevano una volta a settimana quando il nonno era lontano, era che si amavano: “Ti amo, torna presto”, gli diceva la nonna prima di appoggiare la cornetta, triste. In quelle quattro parole c’erano l’attesa, il desiderio, il sentimento: e adesso che era tornato il nonno, sigillandole con quel bacio, le aveva esaudite tutte, e tutte insieme.

Il giorno dopo fu Natale e, come tutti i bambini trepidanti, io e mio fratello ci alzammo presto.
Mio papà preparò la cioccolata calda per tutti, che come di tradizione mangiammo insieme ai Novellini, i biscotti preferiti della nonna, e prima ancora di sua mamma, la mia bisnonna. Poi mi preparai e andai alla “Messa del fanciullo”, quella delle 9.30; a seguire avrei fatto con mio fratello e i miei genitori “il giro dei parenti” per portare gli auguri a zii e prozii, e finalmente saremmo tornati a casa per il pranzo. La nonna spignattava dalla mattina presto: antipasti, primo, secondo, macedonia e dolce erano tutte creazioni solo e esclusivamente sue, ne andava assolutamente fiera: era lei, la regina della casa. Attorno al tavolo il giorno di Natale c’eravamo tutti, erano arrivati anche gli zii, quegli stessi zii che, qualche anno dopo, avrebbero ricevuto in dono proprio il giorno di Natale il loro primo ed unico figlio.

Io e mio fratello dopo pranzo scartammo i regali che avevamo trovato sotto l’albero: per me c’erano un Mio Miny Pony e il gioco della tombola, per mio fratello un drago sputa gettoni e un omino dei Masters. Ricordo ancora la delusione… non era proprio quello che speravo mi portasse Babbo Natale: anche perché ero stata bravissima, avevo preso ottimi voti a scuola, avevo aiutato in casa… sì insomma, quel regalo che desideravo, me l’ero meritato!
Notando la mia tristezza il nonno mi chiese di seguirlo in camera: sedutosi sul letto mi prese in braccio, accese il mangiadischi e insieme ascoltammo il disco di Gianni Morandi che aveva comprato in autogrill a Benevento e che “gli era costato un occhio della testa”; senza farsi vedere da mia mamma mi diede anche un torroncino Strega, che di certo non era cosa per i bambini ma solo per “i grandi”.

Fu allora che sentii suonare il campanello: forse era Babbo Natale? Che siccome aveva appena finito di consegnare tutti i regali si era reso conto che gli era rimasto un pacchetto nella slitta? Il mio pacchetto?

Corsi ad aprire: arrivai per prima alla porta, perché la stanza del nonno era a pochi passi dal portoncino d’entrata. Il nonno era dietro di me e viveva con me la stessa emozione, fatta di speranza e inquietudine. Col suo permesso, aprii. Ma non c’era nessuno. “Guarda bene”, mi disse. Guardai davanti a me e tutto attorno, ma davvero non c’era nessuno. “Sei sicura?”, continuò il nonno. “Sì nonno, guarda anche tu se vuoi. Qui non c’è Babbo Natale”. “E quella cosa lì per terra cos’è?”, aggiunse.
Come avevo fatto a non vederlo? Lì, di fronte a me, c’era una scatola colorata.
La presi in mano. Tremava. Tremavo.
Corsi dentro senza preoccuparmi di chiudere la porta, appoggiai il pacchetto sul tavolo. I miei occhi erano pieni di gioia. Il mio cuore palpitava. Le mie mani fremevano. Su suggerimento della nonna chiamai mio fratello, anche se volevo che quel momento fosse stato solo mio. Aprimmo la scatola.

Un cucciolo di gatto, tutto nero, con due occhioni verdi e impauriti, mi guardava implorandomi amore, protezione, cura.
Guardai il nonno, guardai la nonna: loro sapevano.
E non importa che troppo presto non credetti più a Babbo Natale, quello che importa è che in quel Natale sentii tutto l’amore del mondo: l’amore fatto di attesa, di sorpresa, di desideri esauditi, di luci che brillano nei cuori riflettendosi negli occhi; l’amore che sa di tortellini in brodo e di macedonia; l’amore che sa di famiglia e di valori veri. Quell’ amore che deve essere tutti i giorni, ma che rende il Natale ancora più magico.

Quel Natale che spero di poter rivivere quando sarò nonna, insegnando l’amore ai miei nipoti, un giorno lontano, prima che il mio tempo sulla terra sia finito.

A cura di Sara Patron – Foto Imagoeconomica

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