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THELONIOUS MONK, UN GENIO AMERICANO

THELONIOUS MONK, UN GENIO AMERICANO.
Seconda parte

In questa seconda parte sulla storia del pianista Monk, parlo dell’invito avuto da un conduttore di nome Allen, che lo invitò per una puntata televisiva sulla Musica Jazz.

“Non si può fermare il progresso”, aveva riflettuto Allen. “Thelonious si distingue proprio perché non fa nulla per distinguersi. È un tipo che pensa molto. Non parla tanto. Suona, e… ma eccolo. Credo che sarete contenti di conoscerlo”.

Monk entrò in scena, accolto da applausi, da una calorosa stretta di mano di Allen e dall’invito a sedersi.
Quindi Allen avviò una discussione: Allen prese spunto dal corso di jazz di Sidney Gross e fece sentire al pubblico suonando le progressioni armoniche standard rispetto alle armonie moderne di Monk. Quindi produsse la sua formidabile analisi: “La differenza essenziale, credo, è di tipo armonico, no?” Monk prese tempo con un “mmmh” e Allen colse l’attimo per fare una battuta: “È più o meno la risposta che mi aspettavo. Anche se io l’avrei detto così mi spiego?” Monk non si fece cogliere alla sprovvista. Parlando con tono autorevole, illustrò ad Allen i primi tre accordi di “Off Minor”. “Il primo accordo, sol minore, il secondo accordo, re bemolle, e poi fa diesis settima”. Quando Allen gli domandò: “Insomma è questo il punto, eh?”, Monk rovesciò i ruoli comici: “È questo più o meno>>. Allen concluse l’intervista con un’avvertenza per il pubblico: “per qualcuno di voi sarà troppo difficile. Non restarci male”.

Monk impaziente si lanciò in “Off Minor” prima che ancora Allen avesse finito la sua introduzione.
Art Farmer e Teo Macero furono i primi solisti, seguiti da Monk, Mingus e Eddy Bert: sembrava che tutto il gruppo prediligesse i salti di intervallo e le linee dissonanti. Lo sperimentalismo tonale caro al Jazz Composers Workshop combinava con la concezione armonica di Monk, come apparve evidente qui e nel brano seguente, “Well, You Needn’t”. I fiati vi appaiono meno a loro agio ma fanno l’impossibile per evitare ogni cliché Bop. In ultima analisi, quella della band di Monk fu l’esibizione di Jazz più avanzata mai sentita al Tonight Show.

Monk uscì di scena di ottimo umore. Ma nel Backstage lo attendeva un brusco risveglio. Lo ha ricordato Eddie Bert: “Stavo mettendo via il trombone, dopo il programma, e sentii Monk che diceva a Steve Allen: “Come, ‘minimo sindacale’?, e a quel punto o preso e me ne sono andato, prima che tirassero fuori i coltelli!” Monk di stucco: veniva pagato il minimo sindacale dopo aver suonato in un programma televisivo trasmesso in tutta La Nazione, e come leader poi. Aveva un bisogno disperato di soldi e si sentiva ingannato e sfruttato. Ma le sue proteste non trovarono ascolto. Una volta di più, la stella di Monk era in ascesa ma non le sue entrate.

Il successivo ingaggio importante fu ugualmente poco remunerativo, ma il prestigio e la visibilità valevano il magro compenso. George Wein, pianista e impresario di jazz, aveva invitato Thelonious a far parte di una all-star band al festival del jazz di Newport che si sarebbe tenuto a luglio. Era solo la seconda edizione ma la brillante invenzione di Wein i dei coniugi mondani Louis ed Eliaine Lorillard aveva in breve tempo tramutato la sonnacchiosa e alto borghese cittadina di Newport, Rhode Island, nella sede di uno degli eventi più ambiti del mondo del jazz. La band in cui Monk era stato inserito avrebbe suonato un breve set l’ultima sera del festival, domenica 17 luglio, dopo il Modern Jazz Quartet e Count Basie e prima di Dave Brubeck.
In altre parole, riempivano l’intervallo. Wein l’aveva concepito come un quintetto formato da Thelonious, Zoot Sims al sax tenore, Gerry Mulligan” al sax baritono ” e la ritmica del MJQ: Percy Heath e Conny Kay (che aveva sostituito Kenny Clarke). Ma poche settimane prima del festival, Wein aveva ascoltato Miles Davis al Basin Street East a New York. Dopo il set Davis aveva tormentato Wein perche lo facesse suonare a Newport. “Non puoi fare un festival del Jazz senza di me”, gli aveva detto e ripetuto. Alla fine Wein si era arreso, aggiungendo all’ultimo minuto Miles alla all-star di Monk. Cosi tardi che il suo nome non apparve sui programmi.

Presentatore era Duke Ellington. Eloquente e arguto come suo solito, Duke descrisse la band come una formazione di musicisti innovativi che “vivono in un regno che Buck Rogers sta cercando di raggiungere”.
Presentò ognuno dei membri separatamente, ma con Monk fu particolarmente caloroso, definendolo “il Grande Sacerdote del Bop, l’inimitabile Thelonious Monk”. Monk restituì la cortesia, alzandosi dalla sgabello per salutare personalmente uno dei suoi eroi musicali di sempre. La band partì quindi con “Hackensack”, eseguendo la melodia originale, completa di bridge eccetera, che Coleman Hawkins aveva suonato quando ancora il pezzo s’intitola “Rifftide”. Stavolta Monk “non stette fuori” durante l’assolo di Miles. Ma Miles fece in modo di farsi sentire bene dal pubblico.
Accortosi che l’amplificazione era scadente (Wein ebbe molto a lamentarsene, definendola “una catastrofe”, Davis coprì addirittura il microfono con la campana della tromba.
E l’effetto si sentì chiaramente in ‘Round Midnight”, la composizione di Thelonious Monk”.

(Il testo virgolettato è tratto dal libro dal titolo Thelonious Monk, Storia di un genio americano Autore, Robin D.G Kelley. Traduzione di Marco Bertoli. Casa Editrice Minimum Fax, Roma).

Continua… leggi la parte III

A cura di Alessandro Poletti – Foto

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