Caro indimenticabile Totò. Questo breve articolo vuole essere un ricordo alla tua arte e al tuo grande spirito che è tuttora vivo in quanti, ti hanno amato.

Quella tua comicità al limite dell’assurdo eppure sempre piena di senso umano.

Immortale, autentico, in possesso di un’ilarità che farà sempre ridere, ma anche pensare. Per fare un esempio, quando nella mia carriera in polizia spiegavo ai giovani agenti l’articolo 53 del codice penale “Uso legittimo delle armi” al termine della lezione, aggiungevo: stasera guardate il film “Guardie e ladri”, troverete sicuramente la sintesi della lezione di oggi.

Totò è stato ed è tra i più famosi e amati – sicuramente per chi scrive – attori italiani del Novecento sia sul palcoscenico sia nei lungometraggi. Nella sua trentennale carriera cinematografica, ha recitato in novantasette film per il grande schermo.

Con la sua recitazione esilarante e la sua comicità a tratti surreale, ha rappresentato l’incontro tra la grande tradizione della commedia dell’arte, la spontaneità dell’avanspettacolo e l’anima malinconica della città di Napoli. Dal teatro popolare al cinema d’autore.

Totò, il cui vero nome è Antonio De Curtis, nacque a Napoli il 15 febbraio 1898. Pur di origini nobili, fu cresciuto dalla madre in povertà nel popolare rione Sanità, e finì a fatica gli studi liceali. Si appassionò, invece, agli spettacoli di strada e al teatro dialettale napoletano, e ben presto, grazie al suo innato talento comico, si cimentò in esilaranti imitazioni attingendo al repertorio di artisti già affermati.

Trasferitosi a Roma, si esibì alla Sala Umberto I insieme agli artisti più importanti del teatro di varietà. Per molti anni ottenne notevole successo in teatro, raggiungendo la fama negli spettacoli di rivista. Il successo al cinema arrivò con “I due orfanelli” (1947), dieci anni dopo l’esordio in “Fermo con le mani” (1937). Presto Totò dimostrò di saper far esplodere la comicità del suo personaggio, sia in film più leggeri; “47 morto che parla” (1950), “Totò a colori” (1952), “Miseria e nobiltà” (1954), “La banda degli onesti” (1956), “Signori si nasce” (1960). Sia in commedie d’autore, come “Napoli milionaria” di Eduardo De Filippo (1950), “I soliti ignoti” di Mario Monicelli (1958), “Uccellacci e uccellini” di Pier Paolo Pasolini (1966).

Anche se si trasferì a Roma per esigenze artistiche, Totò rimase sempre profondamente legato alla sua città, Napoli. Nella sua arte si respirano tutta l’irruenza e la schiettezza della cultura partenopea. Fu autore di poesie e di canzoni dialettali: famosa tra le prime ’A livella, e tra le seconde Malafemmina. Morì a Roma il 15 aprile 1967, ma fu sepolto nella sua Napoli, dopo un funerale cui partecipò un’immensa folla. Abituato ai poveri mezzi del teatro di strada e non potendo permettersi costumi costosi, Totò trasformò i suoi abiti logori in un vero costume di scena. Divennero così famosi la sua bombetta sbilenca, i pantaloni corti, il vestito troppo largo da cui spuntano le calze colorate.

Anche se l’aspetto era di un poveraccio, il personaggio da lui creato non era per niente un indifeso, ma anzi si rivelava furbo, verbalmente aggressivo e in grado di difendere la propria dignità, adattando al proprio tornaconto ogni situazione. Come un burattino irriverente era capace di recitare con tutto il corpo, che appariva snodabile e in grado di assumere mille posizioni. Dotato di un’irresistibile mimica facciale, riusciva a roteare gli occhi e a fare straordinarie smorfie, allungando il collo e snodando la mandibola in modo da spingere il mento tutto da un lato.

Sapeva burlarsi di persone e situazioni assumendo atteggiamenti buffi e stralunati, che esplodevano in maniera prorompente anche quando cercava di apparire serio e posato, però lasciando talvolta affiorare una vena di tristezza.

Scaltro come i “mariuoli” con cui era cresciuto, il personaggio di Totò sbeffeggiava la nobiltà e lo faceva con la stessa aggressiva malinconia e irriverenza degli spettacoli di burattini. La presa in giro era la rivalsa verso un mondo dal quale era stato per lungo tempo escluso. Solo nel 1921, infatti, Totò era stato riconosciuto dal padre, il marchese De Curtis; nel 1933 si era fatto adottare da un vecchio nobile in miseria per diventare infine il principe De Curtis.

Sulle scene Totò parodiava i ricchi non solo nel modo di vestire, ma anche nel modo di parlare, storpiando le parole e costruendo frasi che ribaltavano in modo beffardo le espressioni forbite di una persona istruita. Nel suo strampalato modo di esprimersi Totò stravolgeva l’ordine delle parole in una frase, così come, con il corpo, stravolgeva l’ordine delle membra: “Parli come badi”; oppure ne rovesciava o ne confondeva il senso: “Lei è un paziente che non ha pazienza; o equivocava sul loro vero significato: “Lei con quegli occhi mi spoglia… spogliatoio”. Spesso utilizzava parole dal suono stravagante, come bazzecole, quisquilie, o ne inventava di nuove, come pinzillacchere.

A mio parere di tutte le battute che ha recitato, la più famosa, rimasta nel tempo, è sicuramente: “E io pago…”

Il vice Direttore Ugo Vandelli – Foto Repertorio

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