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GEORGE HARRISON IL BEATLES TRANQUILLO

George Harrison si spegneva il 29 novembre del 2001 a Los Angeles all’età di 58 anni per un tumore che si era esteso al cervello. Era nato a Liverpool il 25 febbraio 1943. Dopo la cremazione le sue ceneri, come da sua volontà, furono sparse nel Gange, secondo la tradizione induista. La moglie Olivia e il figlio Dhani riportarono le sue ultime parole: “Tutto il resto può aspettare, ma la ricerca di Dio non può aspettare, e amatevi l’un l’altro“.
Alla notizia della morte i fan si radunarono davanti gli studi di Abbey Road a Londra per rendergli omaggio. Il suo nome figura per due volte nella Rock and Roll Hall of Fame, come chitarra dei Beatles e nel 2004 per la sua carriera solista. L’incontro con i futuri compagni di viaggio nell’avventura musicale più importante della storia della musica rock avvenne nel 1958 quando Harrison era giovanissimo e i Beatles erano ancora un gruppo skiffle, i Quarrymen.

Nel marzo 1958 quando fece la prima udizione per i Quarrymen Harrison, aveva appena compiuto 15 anni. Al secondo tentativo convinse John Lennon e Paul McCartney. A 16 anni lasciò la scuola e partì con loro nel primo tour in Scozia nel 1960 di quelli che sarebbero diventati i Fab Four. George allora si faceva chiamare “Carl Harrison”, in onore al suo mito Carl Perkins, l’autore di ‘Blue Suede Shoes’. Al sodalizio con John, Paul e Ringo, George Harrison, etichettato come ‘The Quiet One’ (quello tranquillo), donerà non solo l’inconfondibile timbro della sua chitarra ma anche canzoni che hanno segnato la storia del rock come “While My Guitar Gently Weeps”, “Something” e “Here Comes the Sun”.

L’interesse per l’India e la sua spiritualità risale alla metà degli anni Sessanta e si rifletterà immediatamente nel suo contributo musicale. Basti pensare al sitar in “Norwegian Wood (This Bird Has Flown)” da “Rubber Soul” (il suo album preferito dei Beatles), o all’ipnotico e modernissimo uso del tambora, un altro strumento della tradizione indiana, in “Tomorrow Never Knows” di Lennon in “Revolver”. George Harrison fu il primo dei quattro a intraprendere una carriera solista, già nel 1968, con la colonna sonora del film “Wonderwall” (“Onyricon” nella versione italiana), nel 1968 insieme a Eric Clapton. Con lui nel 1969, alla vigilia dello scioglimento dei Beatles, suonò spesso dal vivo affiancandolo nel tour che lo vedeva esibirsi nella band di Delaney & Bonnie. I Beatles avevano abbandonato la scena da poco quando George Harrison diede alle stampe lo straordinario “All Things Must Pass”, un album triplo, pubblicato alla fine del 1970 e lanciato dal singolo che diventerà uno dei suoi successi “My Sweet Lord”.

L’anno successivo, con il musicista indiano Ravi Shankar, organizzerà il Concerto per il Bangladesh, primo concerto benefico nella storia della musica, a cui parteciperanno anche Bob Dylan e Ringo Starr. Nel 1973 Harrison, proprio sull’onda del ‘Concert for Bangladesh’, crea la Material World Charitable Foundation. Nello stesso anno con “Living in the Material World”, un album profondamente intriso delle tematiche spirituali e religiose indu, e il singolo di apertura dell’album “Give Me Love (Give Me Peace on Earth), George Harrison conquista la vetta delle classifiche.

Martin Scorsese intitolerà così il film documentario che racconta la vita e la carriera di Harrison, che avrà negli anni Ottanta sviluppi anche nel campo della produzione cinematografica. Con la sua Hand Made Films produrrà pellicole come il bellissimo “I banditi del tempo” di Terry Gilliam, “Brian di Nazareth” dei Monty Python, “Shangai Surprise” di Jim Goddard con Madonna e il capolavoro di Neil Jordan “Mona Lisa” con Bob Hoskins. Degli anni Ottanta è anche il progetto Travelling Wilburys, un super-gruppo con Jeff Lynne, Roy Orbison, Bob Dylan and Tom Petty. Nel 1997 la prima diagnosi di tumore alla gola.

Nel 1999 l’episodio traumatico della aggressione subita da Harrison e da sua moglie nella loro casa di Friar Park quando uno squilibrato fece irruzione attaccando Harrison con un coltello da cucina, provocandogli 40 ferite da taglio alla testa e a un polmone prima che la moglie riuscisse a bloccare l’assalitore. Nel 2001 infine il ritorno del cancro con una battaglia durata alcuni mesi, tra la Svizzera e New York, fino all’epilogo del 29 novembre a Los Angeles.

A cura di Samanta Costantini – Foto Getty Image

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