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ABATINO MA NON TROPPO

Il settantaseiesimo compleanno di Gianni Rivera, mi ha fatto tornare in mente la mia giovinezza, anzi, un periodo ben più lungo che ha accompagnato l’epopea calcistica di uno dei più grandi talenti calcistici che l’Italia abbia mai avuto; uno che con il “suo” Milan ha vinto tutto quanto potesse essere vinto e con la Nazionale azzurra si è tolto la soddisfazione di conquistare un Europeo e, due anni dopo, il secondo posto al Mondiale di Messico ’70.

Gianni Rivera è stato evidentemente un predestinato, uno di quelli che nascono con un dono e sanno metterlo a frutto nel migliore dei modi; perché diversamente non si esordisce in Seria A quando mancano più di due mesi al compimento del sedicesimo compleanno e nella stagione successiva non si disputano 25 partite, per di più condite con sei reti.

Quante battaglie ho visto disputare a Rivera contro il Torino, anche a Milano, e quante maledizioni gli ho mandato quando mandava, quasi esclusivamente contro il Toro, in rete Giovanni “Basletta” Lodetti, ovvero colui che si trasformava nei suoi polmoni, dato che correva per tutti e due.

Ma Rivera di correre non ne aveva quasi bisogno, perché faceva viaggiare il pallone, con quei suoi piedi magici, che distribuiva per i compagni dal cerchio di centrocampo, che era zona di sua esclusiva proprietà; anche se non disdegnava affatto di andare a rete, facendolo anche con una precisione ed una bravura da fuoriclasse quale era.

La grande personalità, se è stata una fortuna, gli ha anche procurato non poche problematiche, perché le sue polemiche contro gli arbitri, e non solo, sono state al centro di episodi che lo hanno visto subire squalifiche anche pesanti; così come hanno fatto epoca i litigi con l’allora allenatore rossonero Gustavo Giagnoni ed il Presidente milanista Albino Buticchi, tanto da arrivare ad acquistare la Società rossonera quando ancora calcava il prato verde.

Un personaggio non comune certamente, il Gianni da Alessandria, che anche in Nazionale non le ha mai mandate a dire a nessuno ed il cui dualismo con il capitano interista Sandro Mazzola ha dato lavoro a bizzeffe ai giornalisti dell’epoca, divisi anch’essi tra simpatizzanti dell’uno e dell’altro, con Gianni Brera che coniò per lui l’appellativo di “Abatino” e non certo per la sua amicizia con Frate Eligio, personaggio anch’egli discusso e controverso.

Ma simpatico o antipatico che fosse (e sia) Rivera non è mai passato da invisibile ed ha alimentato discussioni e polemiche qualunque fosse l’argomento trattato, dal calcio ad una vita amorosa assai turbolenta, dalla politica alle esternazioni sull’omosessualità nel mondo del calcio; forse perché ha sempre fatto vendere migliaia di copie di giornali, dando spunti senza fine che sono il sale di chi fa informazione.

Se vogliamo, anche tante sue esibizioni sul prato verde sono state al centro di discussioni infinite, culminate in quella che è diventata un’icona di quello che è il calcio, ovvero la famosa Italia-Germania 4-3, dove Rivera prima regala il 3-3 ai tedeschi (quando sulla linea di porta, dopo un angolo, non alza la gamba ed Albertosi vede infilarsi il pallone in fondo al sacco ed inizia a disperarsi visto che lui voleva un difensore accanto al palo), per poi infilare il portierone tedesco Sepp Maier con un pallone che incrocia la traiettoria dell’estremo difensore, dopo un traversone di Boninsegna, la cui corsa era stata seguita proprio da Rivera, desideroso di rifarsi dell’errore precedente.

Quel Mondiale resterà però nella storia anche per i sei minuti disputati da Rivera in finale, dove inizialmente Valcareggi lo escluse dalla formazione titolare (cosa già successa contro la Germania, dove sostituì Mazzola alla fine del primo tempo), per poi concedergli, sul 4-1 per i brasiliani, un’inutile passerella finale, che scatenò violente polemiche mai sopite, anche perché al di là di chi parteggiava per l’uno o l’altro, c’era anche chi riteneva possibile la convivenza tra due fuoriclasse, alla fin fine diversi non solo nel carattere e nelle caratteristiche, ma anche nella posizione tenuta in campo.

insomma, Rivera è stato personaggio nel vero senso della parola, dividendo l’opinione pubblica, addetti ai lavori ed informazione, come poche volte è successo, da calciatore ma anche da dirigente, così come da politico, sempre pronto a dire la sua senza giri di parole e senza nascondersi dietro un dito, come quasi sempre succede a chi ha mille facce e risposte diverse a seconda dell’interlocutore; può piacere o meno Gianni Rivera, ma credo che nessuno possa disconoscere sia stato un fuoriclasse, uno che (come dice il mio amico Eraldo Pecci) aveva quattro occhi, due ai lati del naso e due dietro la testa, perché anche di spalle sapeva sempre dov’era il pallone e dove sarebbe andato!

Il Direttore responsabile Maurizio Vigliani

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