Il calcio ha rappresentato da sempre uno degli eventi più popolari, capace di smuovere masse non solo con la presenza allo stadio, ma nei discorsi di tutti i giorni, nell’attività di giornali, televisioni e radio, capace di evolvere il seguito con il mutare di quelli che sono diventate le abitudini della comunicazione. Sempre più parlato è divenuto “il pallone” e sempre più divi ne sono divenuti i suoi protagonisti, spesso più bravi nelle cose fuori dal campo che in quelle sul prato verde.

Ci sono calciatori anche di un passato più o meno recente, che invece sono stati esempi al contrario, perché le parole non erano ciò che amavano, esternare voleva dire un passaggio, un gol, un’azione da proporre o il fermare quella avversaria; si potrebbero quasi definire antidivi ed antidivo era sicuramente Agostino Di Bartolomei, romano de Roma, dove era nato l’8 aprile 1955.
Cresciuto nelle giovanili giallorosse, Di Bartolomei viene fatto esordire in Serie A il 22 aprile 1972, pochi giorni dopo il suo diciottesimo compleanno; tre presenze tra Campionato e Coppe il primo anno, dodici il secondo, quindici il terzo, dopo di che viene mandato a Vincenza, in Serie B, per giocare e maturare, agli ordini di quel grande allenatore che fu Manlio Scopigno. A Vicenza Agostino dimostra in pieno le sue doti di centrocampista capace di costruire l’azione, la precisione del passaggio, la sagacia nel dettare i tempi del gioco, pur se il suo miglior pregio non è la velocità, che non sia quella di pensiero; inoltre è un abilissimo tiratore, dalla lunga e media distanza, grazie ad un tiro che, per potenza, è una vera “bomba” e le sue punizioni il terrore dei portieri avversari.

Tornato alla Roma, Di Bartolomei diviene immediatamente un titolare inamovibile; in giallorosso disputa otto campionati, vincendo uno Scudetto, tre Coppe Italia e disputando la sfortunata finale di Coppa dei Campioni, che la Roma perde ai rigori, proprio allo Stadio Olimpico contro il Liverpool.

Trecentoundici sono gli incontri disputati nelle stagioni romaniste, con sessantanove reti all’attivo, pur con lo spostamento al centro della difesa, voluto da Nils Liedholm nell’anno dello Scudetto, a far coppia con Pietro Wierchowod; nell’estate 1984 la Roma decide di affidare la panchina ad un altro allenatore svedese: Sven-Goran Eriksson, che fa della dinamica il punto di forza delle proprie formazioni e per Di Bartolomei non c’è più posto.

Finisce al Milan, fortemente voluto proprio da Liedholm, ed in rossonero disputa altre tre stagioni da protagonista, prima dell’avvento di un altro “maniaco” della corsa quale Arrigo Sacchi; il trasferimento al Cesena è la logica conseguenza, per una stagione da salvezza bianconera, per poi trasferirsi alla Salernitana, in C1, dove disputa le sue ultime due stagioni prima di appendere le scarpette al chiodo, con cinquecentocinquanta presenza da professionista ed aver messo a segno ben 108 reti, bottino ottimo per un centrocampista, per giunta …. lento!

Poco considerato dalla maglia azzurra, otto presenze e sette reti con l’Under 21, Di Bartolomei apre, una volta chiuso con il calcio giocato, una scuola calcio a Castellabate, insegnando ai ragazzini il suo credo calcistico, fatto di passione e sacrificio, di amore per il pallone, non per la ribalta ed il divismo che invece iniziava ad imperversare.

Opinionista per la Rai durante i Mondiali italiani del 1990, Di Bartolomei insegue il suo sogno, quello di creare una cittadella del calcio per i ragazzi, sogno che si spegne la mattina del 30 maggio 1994, quando si spara un colpo di pistola al cuore; il suo atto viene interpretato in molti modi, alcuni dei quali riconducibili a quei sogni che non riescono a trovare sbocco, dato che il mondo del calcio pare chiudergli le porte.

Quel colpo di pistola mette fine ad una vita dove la “sostanza” è stata l’unico traguardo da perseguire, dove il carattere schivo e riservato hanno fatto quasi “a pugni” con quelli che già allora erano i canoni di un mondo che in gran parte viveva di luce fasulla; il pallone ha dato molto ad Agostino Di Bartolomei, ricevendone però molto di più, anche se non lo si è capito se non quando lui non c’era più.

Il Direttore responsabile Maurizio Vigliani – Foto Vittorio Calbucci

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