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PROTAGONISTI / ABEBE BIKILA

Nello sport ci sono personaggi che compiono imprese che fanno la storia, atleti che diventano leggende, figure mitiche ed immortali cui fare riferimento.
Uno di questi personaggi è senza ombra di dubbio l’etiope Abebe BIKILA, che il 10 settembre 1960 vinse da trionfatore la Maratona delle Olimpiadi romane, correndo a piedi scalzi!

Bikila, nato Jato il 7 agosto 1932, era entrato a far parte delle guardie dell’imperatore etiope, il Negus, Hailé Selassié, quando era appena diciassettenne; ben presto si dedicò all’atletica, date le sue qualità nella corsa, prima allenato da un ufficiale delle Guardie e poi dall’allenatore della Nazionale, lo svedese Oni Niskanen.

Gli allenamenti, sull’altipiano etiope, erano durissimi, vista anche l’altitudine superiore ai duemila metri, e Niskanen faceva correre Bikila sia con, che senza le scarpe; i risultati erano sensazionali, come pure il fatto che il tempo migliore fosse ottenuto a piedi nudi.
Vinte le selezioni del proprio Paese, Bikila si presentò a Roma senza le luci dei riflettori puntate su di sé, i favoriti erano altri e poté quindi prepararsi al meglio, senza clamori e senza quelle che possono essere le distrazioni ed i disturbi riservati ai possibili protagonisti.

Venne quindi la sera della Maratona, una serata calda quasi afosa, lunghi tratti del percorso che attraversava i monumenti della Roma antica, erano illuminati da fiaccole sorrette dai soldati italiani; Bikila partì restando inizialmente nel gruppo, ma presto accelerò e raggiunse il marocchino Rhadi, il favorito assoluto della gara, distanziandolo quando mancava poco all’arrivo.
Sotto l’Arco di Costantino, Abebe Bikila tagliò il traguardo in solitaria, trenta secondi prima dell’avversario, stabilendo con il tempo di 2h15’16,2″, il nuovo primato olimpico ed il miglior tempo stagionale; Bikila era il primo africano ad aggiudicarsi l’oro olimpico ed il trionfo fu celebrato in tutto il Continente, mentre in Etiopia gli furono tributati onori da eroe nazionale.

Quattro anni dopo, a Tokyo, Bikila arrivò con le stimmate del favorito d’obbligo, pur se la sua condizione era carente, a causa di un’operazione di appendicite, subita poche settimane prima della gara olimpica; questa volta l’etiope aveva le scarpette ai piedi, ma questo non gli impedì di ottenere un nuovo trionfo, suggellato anche dal primato mondiale con 2h12’11,2″.

Nessuno aveva mai vinto due edizioni consecutive della maratona olimpica ed il mito di questo ufficiale etiope smilzo e piccolino, crebbe a dismisura, divenendo il riferimento non solo per la specialità in cui si cimentava, ma per l’atletica e l’intero sport mondiale.
Messico ’68 vide nuovamente Bikila alla partenza, ma un infortunio lo costrinse al ritiro dopo appena diciassette chilometri di gara; quella fu l’ultima gara di Bikila, quasi un presagio della fortuna che lo abbandonava, non solo come atleta.
Pochi mesi dopo, infatti, Bikila ebbe un incidente automobilistico nei pressi di Addis Abeba, che lo lascò paralizzato dalla cintola in giù; la tempra dell’uomo era però eccezionale e Bikila trovò la forza di superare anche la difficoltà enorme della paralisi, dedicandosi ancora allo sport, tirando con l’arco (disputò le Paraolimpiadi del 1972) e giocando a tennistavolo, persino disputando una corsa con le slitte, in Norvegia.

Quando il 25 ottobre del 1973, Bikila morì, a seguito di una emorragia cerebrale, il mondo sportivo e non solo, si fermò, tributandogli gli onori solenni dedicati agli eroi ed al suo funerale parteciparono centinaia di migliaia di persone, compreso lo stesso imperatore d’Etiopia.
Passano gli anni, i decenni, ma il mito di Abebe Bikila resta vivo come quella sera in cui, nell’afa di Roma, un ufficiale etiope smilzo e piccolino, a piedi nudi, scrisse la storia della Maratona.

Il Direttore responsabile Maurizio Vigliani – Foto

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