Gia! La “muffa miracolosa” che salva vite umane!
Così la defini’ il Times, una muffa che ha iniziato la sua lunga carriera 75 anni fa circa: era il 14 marzo del 1942 quando Anne Miller, un’infermiera del Connecticut, con una febbre altissima da diversi giorni per un’infezione da streptococco, fu il primo paziente salvato dalla penicillina, iniziando cosi’ l’era antibiotica che ai giorni nostri e’ messa a rischio dal fenomeno della resistenza.

A sottolinearlo e’ Massimo Andreoni, docente di malattie infettive dell’università di Tor Vergata di Roma, e questo perche’ i germi hanno imparato” come difendersi.
In realta’ gia’ all’epoca era chiaro che si sarebbe verificato il fenomeno della resistenza, e che sarebbe stato necessario studiare nuove armi per vincere la battaglia contro le infezioni”.
Di recente l’OMS ha pubblicato una lista di 12 agenti patogeni, classificati per grado di urgenza, per cui servono nuovi farmaci.

Alexander Fleming nel 1928, con grande fortuna, si imbatte’ in una capsula di Petri particolare.
Questa era macchiata da una muffa, come tante altre nel suo laboratorio, ma attorno ad essa le colonie batteriche si erano dissolte.
La muffa in questione venne identificata come Penicillum rubrum, ma due anni piu’ tardi si scopri’ che in realta’ si trattava di Penicillum chrysogenum.
Da qui il nome di penicillina.
Da allora, milioni di persone in tutto il mondo, durante e dopo la guerra, sarebbero state salvate dal prodotto di questa muffa miracolosa.

Non a caso prese anche il nome di “pallottola magica”.
Dall’introduzione della penicillina nel 1941, gli antibiotici sono divenuti una delle pietre miliari della medicina moderna, tuttavia, negli ultimi decenni, con l’aumento degli agenti patogeni resistenti a questa categoria di farmaci, e con la progressiva diminuzione, a partire dagli anni Settanta del numero di nuovi antibiotici, e’ sempre piu’ difficile trattare con successo le infezioni batteriche.

Negli ultimi 15 anni, le aziende farmaceutiche hanno rinunciato in massa allo sviluppo degli antibiotici, lamentando gli alti costi della ricerca, lo scarso ritorno economico, e gli eccessivi oneri regolatori, a scriverlo e’Hester Plumridge in un recente articolo pubblicato su “ The Wall Street Journal Europe” dal titolo “Drug Makers Return to Antibiotics”.
A ragione, e alla luce di queste autorevoli fonti, ci par di capire che” l’esperienza acquisita negli ultimi 20 anni suggerisca che il mercato da solo non e’ in grado di risolvere il problema connesso alla mancanza di ricerca e sviluppo degli antibiotici.

Voi direte: siamo in piena pandemia e le priorita’ ora sono altre, poter contare su un piano serio di vaccini ad esempio , atti a contrastare il mortale Covid e le sue mutazioni: verissimo, ma paradossalmente non si tratta di problemi disgiunti, perche’ per essere efficaci e trovare le soluzioni, è necessario che gli scienziati, i politici, l’industria e la societa’ nel suo complesso lavorino insieme a livello nazionale e sovranazionale.
Sicuramente , tra le condizioni per lo sviluppo di nuovi antibiotici, ci dovranno essere nuovi modelli di incentivazione per l’industria, promozioni di ricerca no-profit, partenariati pubblico-privato, fondazioni e universita’, un maggior supporto alle sperimentazioni cliniche.

E aggiungo una corretta informazione!
Per raggiungere questo, non si può perdere l’umanizzazione dei medici, gli unici in grado di dare consigli competenti.
In un letto di ospedale il ricco e il povero, l’intellettuale e l’analfabeta si annullano davanti a colui che gli sta per dire se vivra’, quanto vivra’ e come vivra’, e io penso che, nonostante viviamo immersi nell’era digitale, non possiamo, se malati, perdere la speranza di avere un gesto amico, uno sguardo, un sorriso, in sostanza, un atto umano!

A cura di Sandra Vezzani editorialista – Foto Imagoeconomica

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