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GIANCARLO SIANI

E’ una storia che riparte da dove è stata brutalmente interrotta la sua vita con la violenza e l’arroganza assassina della camorra. Sono trascorsi trentasei anni dalla sua uccisione. Era il 23 settembre 1985, quando un commando di killer lo trucidò a colpi di pistola sotto casa mentre era a bordo della sua Citroën Mehari. Aveva osato raccontare, descrivere, svelare i meccanismi e le logiche di potere dei clan. Ne aveva capito intuito e descritto la loro filigrana.
Quei pezzi di verità da soli erano insignificanti ma incastrati, messi insieme con altri più lontani diventavano trama aberrante. Camorra, economia, colletti bianchi, politici, amministratori e codardi costituivano e creano un unico blocco dalle mille, indecifrabili sfaccettature: affari, potere per il potere e patti segreti.

Prima di tutti con lungimiranza, Siani, ha descritto, raccontato, denunciato un nuovo e inquietante orizzonte criminale di una mala in odore di mafia che abbracciava la nascente Cosa nostra stragista di Totò Riina, quella degli omicidi eccellenti e, in seguito, delle autobombe di Capaci, di via D’Amelio e della trattativa con lo Stato. Giancarlo Siani era un giornalista “abusivo”, oggi si direbbe un precario, uno senza diritti. Doveva solo faticare e stare zitto, muto. E’ la regola non scritta per imparare questo mestiere. E’ nelle cose. Le commemorazioni e l’odore della naftalina c’entrano davvero poco con la breve vita di Giancarlo, uno normalissimo forse che neppure scriveva tanto bene ma che faceva domande e voleva capire.

Non aveva scheletri nell’armadio, non aveva padrini, né padroni. Insomma in via Chiatamone sede de “Il Mattino” non doveva fare inchini a nessuno. Non aveva ancora un contratto di praticantato, forse non l’avrebbe mai avuto. La storia a volte si riscrive e si corregge. Il senso di colpa è pesante anche a distanza di anni. Siani suscita emozioni, accende passioni, mette le lacrime agli occhi. La sua è una storia che continua a essere – nonostante tutto – generosa anche con i tanti professionisti dell’anticamorra, protagonisti di una continua appropriazione indebita di un nome, di un cognome e di un vissuto.

PAOLO SIANI FRATELLO DI GIANCARLO SIANI MARCO E IL RISI REGISTA

Vedi quell’auto dimenticata, dalla forma strana addirittura senza sportelli né tetto e pensi all’inconsapevolezza, di quel giornalista-ragazzino di venticinque anni che sfidò a petto nudo, a volto scoperto i clan, esortando con i suoi scritti a reagire perché la speranza si costruisce giorno per giorno. Il giorno dopo l’omicidio c’era solo un mazzo di fiori adagiato in strada “nascosto” tra i vari commenti della gente comune. “Non si ammazza così. Era troppo giovane”. “Forse qualcosa aveva fatto”. “Siete sicuri che scrivesse solo?”. Uno scetticismo che per oltre dieci anni ha inseguito e assediato la famiglia di Giancarlo, isolandola. Un sospetto odioso, anticamera di chissà quale verità segreta, inconfessabile. Addirittura gli stessi giornalisti, gli stessi colleghi ne diffidavano. Purtroppo è storia vissuta che la calunnia è un venticello.

Grazie Giancarlo!

Il vice Direttore Ugo Vandelli – Foto Imagoeconomica

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