Il cinema, per chi come me lo ha vissuto a cominciare dalle rassegne parrocchiali, è sostanzialmente un luogo di fuga dalla realtà dove la sospensione dell’incredulità mi proietta direttamente nel mio mondo fantastico. Naturalmente, al cinema parrocchiale, le pellicole erano rivolte esclusivamente ad un pubblico di infanti, le pellicole per grandi avevano una diffusione, anche televisiva, che non prevedeva la visione a minori. A dieci anni mi ammalai di parotite o, come la chiamavano i miei genitori, di orecchioni e la mia faccia divenne tonda come quella di Oliver Hardy.

Ero coccolato dalla mattina a colazione fino alla sera, dopo Carosello, quando accucciandomi nel letto, staccavo il biglietto per il cinema Cuscino. Una sera di metà dicembre, quando il mio stato di salute si era quasi normalizzato, i miei genitori si concessero un uscita al cinema per vedere un film che all’epoca fece scandalo al punto tale che venne poi sequestrato e, qualche anno. dopo mandato al rogo. Io ero solo in casa, attorniato dai miei libri e dal televisore di cui potevo godere senza filtri di controllo genitoriali. Sul primo canale c’era un varietà che non mi diceva nulla perciò, quando il triangolino lampeggiante mi avvertì che sul secondo canale stava iniziando un altro programma, mi fiondai a girare la rotella.

Il film proposto era datato 1960 e ambientato in una grande compagnia di assicurazioni di New York. I personaggi principali erano un umile contabile che i colleghi chiamavano Ciccibello e un’ascensorista che di nome faceva Fran di cui mi innamorai a prima vista. Vuoi il suo sguardo intelligente, che rivelava il suo tormento interiore spingendomi a pensare a quando la tristezza si nascondeva dietro ad un sorriso, vuoi i tratti orientaleggianti illuminati da un taglio di capelli cortissimo che valorizzavano al massimo il suo viso, al termine del film ero molto agitato, pur sapendo che quella signora poteva essere mia madre. Continuai a seguirla fino all’adolescenza, quando andando a zonzo per la città, mi capitò di vedere, all’interno di una tintoria, una ragazza che stirava una giacca di velluto marrone e che era la copia sputata di Fran.

Passavo intere giornate a passeggiare davanti alla vetrina del negozio in attesa che uscisse, ma la mia patologica timidezza che, all’epoca, mi procurava ansia sociale, non mi consentiva di palesarmi, mi accontentavo di seguirla fino a casa, lei sull’autobus n. 21 io sul mio inseparabile Peugeot 103 blu con sella lunga. Era gennaio e questi continui spostamenti serali in moto mi procurarono una sinusite acuta che mi mise fuori gioco per un paio di settimane. Quando tornai a passeggiare davanti alla tintoria, notai che la ragazza dei miei sogni era cambiata, al posto suo c’era una bionda dallo sguardo insignificante reso risibile da un trucco inappropriato. Mia madre, da sempre complice nelle mie frequenti delusioni amorose, telefonò in negozio per chiedere notizie della lavorante mora dai capelli corti e la risposta fu di quelle che raggelano il sangue. Era deceduta a causa di un incidente stradale, investita una sera sulle strisce pedonali mentre raggiungeva la sua abitazione, dopo essere scesa dall’autobus.

Fran Kubelik Irma  (L’appartamento) (Irma la dolce) Billy Wilder, 1960

Irma (Irma la dolce) Billy Wilder, 1960 Billy Wilder, 1963

Questa era la versione ufficiale della risposta, mia madre, con un interpretazione da attrice consumata, mi disse che si era trasferita in Svizzera con la famiglia in cerca di fortuna. La verità, me l’ha detta solo qualche anno fa, e di questo, non smetterò mai di ringraziarla. Shirley McLaine, nelle sue versioni Fran Kubelik o Irma è, ancor oggi, il mio ideale di donna, di quelle che non riesci a guardarle negli occhi senza che ti venga la voglia irrefrenabile di baciarle.

A cura di Marco Benazzi – Foto Repertorio

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