Al fermo degli agenti della polizia di Stato si è giunti dopo otto mesi di indagini. Un lavoro puntiglioso, nel quale gli agenti della squadra mobile di Verona hanno indagato in silenzio, con l’ausilio di registratori e videocamere, sull’operato di cinque colleghi, facendo venire a galla episodi di violenze, torture avvenute tra le mura della Questura.

A finire agli arresti domiciliari, con un provvedimento scattato alle prime ore del giorno, sono stati un ispettore e quattro agenti, tutti accusati in almeno sette occasioni di aver abusato di persone sottoposte alla loro custodia.

Nell’ordinanza del gip Livia Magri che dispone le misure cautelari si sottolinea come gli indagati con le loro condotte “abbiano tradito la propria funzione, comprimendo i diritti e le libertà di soggetti sottoposti alla loro autorità, offendendone la stessa dignità di persone, creando essi stessi disordine e compromettendo la pubblica sicurezza“. Poliziotti che avrebbero “commesso reati piuttosto che prevenirli” e approfittato “della qualifica ricoperta, anche compiendo falsi ideologici in atti pubblici con preoccupante disinvoltura“.

Le 169 pagine che compongono il documento mettono nero su bianco la violenza, parlano di pugni, calci, umiliazioni e ‘sadiche torture‘ con l’utilizzo dello spray al peperoncino. Poi i racconti divertiti al telefono, le parole di vanto con la fidanzata dei pestaggi in Questura. Quella che il gip descrive nell’ordinanza di custodia cautelare per i cinque agenti di Verona finiti ai domiciliari è una lunga serie di violenze. Sistematiche, continuate nel tempo e condite da insulti razzisti e minacce di morte.

A essere presi di mira i “deboli“, quasi sempre persone straniere o senzatetto.

Circostanza che, da un lato – scrive il gip -, ha consentito agli indagati di vincere più facilmente eventuali resistenze delle loro vittime, dall’altro ha rafforzato la convinzione dei medesimi indagati di rimanere immuni da qualunque conseguenza” forti del fatto che nessuna delle vittime avrebbe mai sporto denuncia. 

Si coprivano l’un l’altro, ridevano dei pestaggi, si vantavano delle botte quando fermavano qualcuno. Un “modus operandi consolidato” – scrive il giudice di Verona Livia Magri – e “condiviso da numerosi operanti dell’ufficio Volanti della Questura”. I pestaggi avvenivano lontano dagli occhi indiscreti delle telecamere, in quello che veniva chiamato il “tunnel“, un’area cioè dove non erano presenti sistemi di videosorveglianza.

Particolare attenzione viene posta sul ruolo di uno degli agenti, Alessandro Migliore, del quale si sottolinea nell’ordinanza una “spiccata propensione criminosa“. Il poliziotto – si legge – si è reso protagonista “di reati assai gravi“, “torturando con sadico godimento, in più occasioni e in un arco temporale del tutto contenuto, diverse persone private della loro libertà personale anche semplicemente per l’identificazione, in totale assenza di necessità e con crudeltà“.

Intercettato al telefono con la fidanzata, l’agente si vanta dei pestaggi. Alle vittime diceva: “Adesso ti faccio vedere io quante capocciate alla porta dai, boom boom boom boom“. “E io ridevo come un pazzo“, raccontava alla ragazza. Parlava delle “stecche” sul volto sferrate alle vittime, dei calci e dei pugni. “Ho caricato una stecca amo’, bam, lui chiude gli occhi, di sasso per terra è andato a finire, è rimasto a terra“, racconta al telefono.

Ma a picchiare erano tutti, sostiene ancora il giudice, prendendosi gioco delle loro vittime, utilizzando anche lo spray al peperoncino senza alcuna ragione, solo per il sadico gusto di umiliarle. Le pestavano tutti insieme, trascinandole nelle stanze della Questura, picchiandole e umiliandole fino a negargli il bagno costringendole a rotolarsi nell’urina sul pavimento. In un caso due poliziotti sono accusati non solo di aver picchiato una persona sottoposta a fermo di identificazione, ma anche di averla costretta a urinare nella stanza fermati. Gli stessi l’hanno poi spinta in un angolo facendola cadere a terra e usandola “come uno straccio per pulire il pavimento”.

“Com’è che Roberto non l’ha ammazzato”, chiede un’agente intercettata ai colleghi. “Sì che l’ammazza”, la risposta. “Lo buttiamo là alla casa abbandonata, prende una scarpata nei cogl..ni”. “Stai zitto, altrimenti entro dentro e vedi cosa ti faccio”, una delle altre minacce nei confronti delle vittime. “Da tali dialoghi si desume in maniera inequivocabile la consuetudine nell’utilizzo ingiustificato di violenza fisica”, conclude il gip chiedendo la misura cautelare nei confronti di chi commetteva reati “piuttosto che prevenirli”.

Il Direttore Responsabile Simone Tripodi – Foto Imagoeconomica

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