La linea resta quella della mediazione: la ricerca continua di un negoziato e soprattutto un cessate il fuoco in Ucraina al più presto, una tregua per poi arrivare alla pace. “Qualsiasi tentativo che possa portare alla conclusione della guerra è benvenuto“, sottolinea il Segretario di Stato Vaticano, Cardinale Pietro Parolin, a proposito della proposta avanzata dal premier Mario Draghi, al rientro dal viaggio a Washington, di un tavolo di pace.

L’ occasione, per ribadire l’impegno e l’obiettivo della Santa Sede, è quella di un convegno organizzato alla Pontificia Università Gregoriana dedicato a Papa Luciani (I sei Vogliamo. Il Magistero di Giovanni Paolo I alla luce delle carte d’archivio). “Non vogliamo assumere protagonismi: se altri riescono a fare quello che la Santa Sede non riesce a fare perché non è stata accolta la sua offerta di mediazione o di intervento, benissimo”. E alla domanda posta dai giornalisti presenti sull’eventuale partecipazione al tavolo risponde: “Io non saprei rispondere alla domanda se partecipiamo o non partecipiamo, evidentemente ci sono tante questioni in gioco, ma l’iniziativa in se stessa è da appoggiare”. Quel che conta è il risultato, ricorda il cardinale.

E in questo quadro contestualizza anche la questione, controversa, dell’invio di armi in Ucraina. “Sull’invio delle armi – dice – ripeto quello che ho detto dall’inizio: c’è un diritto alla difesa armata in caso di aggressione, questo lo afferma anche il Catechismo, a determinate condizioni. Soprattutto quella della proporzionalità, poi il fatto che la risposta non produca maggiori danni di quelli dell’aggressione. In questo contesto si parla di ‘guerra giusta‘ – osserva Parolin – il problema dell’invio di armi si colloca all’interno di questo quadro. Capisco che nel concreto sia più difficile determinarlo, però bisogna avere alcuni parametri chiari per affrontarlo nella maniera più giusta e moderata possibile”.

Intanto, l’impegno diplomatico della Santa Sede prosegue: il “ministro degli Esteri” monsignor Paul Richard Gallagher partirà a breve per Kiev. “Gli obiettivi – precisa il segretario di Stato Vaticano – rimangono sempre i soliti: abbiamo lavorato e stiamo lavorando nella misura possibile, gli spazi sono molto ristretti ma ci sono, per il cessate il fuoco prima di tutto: questo ci sembra il punto di partenza fondamentale”. Parolin auspica che si “concludano le operazioni belliche e poi si cominci un dialogo serio, senza precondizioni in cui si cerchi di trovare una strada per risolvere questo problema. Alla fine dovranno trovare una soluzione perché la geografia li costringe a vivere non insieme ma vicini”, aggiunge il porporato sul cui operato Papa Francesco, qualche settimana fa ha detto di confidare molto. “Davvero un grande diplomatico, nella tradizione di Agostino Casaroli, ha dichiarato il Pontefice in un’intervista al Corriere della Sera. “Sa muoversi in quel mondo, io confido molto in lui e mi affido”.

Un percorso però che il capo della diplomazia vaticana sta percorrendo finora tutto in salita, come dimostrano le difficoltà incontrate in varie operazioni ad esempio quanto accaduto a Mariupol nell’acciaieria Azovstal: “Noi avevamo dato la disponibilità ad essere garanti per l’evacuazione dei civili rimasti, però poi non si è più fatto niente – spiega Parolin – non ho sentito che ci sia stato un seguito. Tentativi ce ne sono stati tanti, avevamo dato grande disponibilità, con il nunzio stesso: c’era stata addirittura l’idea di andare insieme al metropolita di Zaporizhzhia, ma di fatto non c’è stato più un seguito, perché non sono state date garanzie di sicurezza per la missione”, ha spiegato il cardinale.

A questo si aggiungono le tensioni tra la Santa Sede a la Chiesa ortodossa russa del patriarca Kirill: “Conoscete gli avvenimenti recenti, il colloquio e la scelta del Papa di non incontrare Kirill. Siamo in un momento difficile, dobbiamo riconoscerlo. Questo non significa che siamo al punto zero o che c’è il gelo tra la Chiesa Ortodossa russa e la Chiesa Cattolica. Canali esistono, tentativi per dialogare esistono, certo è diventato tutto più difficile, proprio alla luce degli ultimi avvenimenti”, ammette Parolin, offrendo alla Madonna di Fatima nel giorno a Lei dedicato (il 13 maggio) una preghiera affinché “ci aiuti ad uscire da questa situazione”.

Poi, a proposito di relazioni internazionali complesse e tese, il commento su quanto accaduto in Cina, con l’arresto del cardinale Joseph Zen a Hong Kong, rilasciato il giorno stesso su cauzione. “L’auspicio più concreto in questa prospettiva è che iniziative” come quella “non complichino il già complesso e non semplice cammino del dialogo tra la Santa Sede e la Chiesa in Cina”. Ma “non credo che si debba leggere nella direzione” di una sconfessione dell’accordo fra Santa Sede e Cina, precisa Parolin. “Questa vicenda – dice – mi è molto dispiaciuta. Vorrei esprimere la mia vicinanza al cardinale Zen che è stato liberato e trattato bene”.

E sulla vicenda proprio oggi è intervenuto anche l’arcivescovo di Hong Kong, monsignor Stephen Chow Sau Yan, che in un post pubblicato su Facebook racconta di aver parlato con il cardinale Zen, secondo quanto riporta oggi il settimanale cattolico di Hong Kong, Sunday Examiner sul suo sito. “Ho parlato con il card. Zen“, scrive monsignor Chow. “Mi ha detto di far sapere ai suoi amici che sta bene. Di non preoccuparsi. E vuole che adottiamo un approccio di basso profilo per lui”.

A cura del Vaticano – Foto Imagoeconomica

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