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Definire Mario Valgiusti uno scrittore è limitativo, perché Marioera un giovane di belle speranze che racchiudeva in sé uno, cento, mille scrittori tutti profondamente diversi uno dall’altro. Come dite? Non ne avete mai sentito parlare e, quel che conta oggi, non si trova traccia sul web della sua esistenza? Il motivo è presto detto, non era uno scrittore ma l’editor di tanti scrittori che, senza il suo intervento, non sarebbero diventati così celebri grazie al loro stile inconfondibile.

Io lo paragonerei a Gordon Jay Lish, l’editor di scrittori del calibro di Raymond Carver e Richard Ford, per fare due nomi. Valgiusti, che di professione faceva il maestro elementare, aveva doti innate legate alla scrittura creativa e un giorno che si trovava a Torino per un corso d’aggiornamento, incontrò al tavolo di un caffè un giovane scrittore in erba, di buona famiglia, che aveva molte difficoltà a valutare i testi da lui prodotti. Da un bicerin a un gianduiotto, tra i due nacque un’amicizia che in poco tempo sfociò in una collaborazione duratura.

Quel giovane di buona famiglia che voleva diventare uno scrittore di fama, raggiunse il suo obbiettivo già con l’uscita del suo primo romanzo, “Vedo il silenzio nel tuo volto”, vincitore di diversi premi letterari e dal quale venne realizzato un film campione d’incassi in tutto il mondo. Ebbene, quel testo, fu completamente stravolto da Mario Valgiusti, il quale gli creò la struttura narrativa che lo rese un piccolo gioiello, tagliando oltre il 50% dell’elaborato originale e donandogli quella scorrevolezza lessicale che, da quel momento, prese il nome di “Valgiusti touch”.

Le collaborazioni con scrittori sempre più famosi, aumentarono in maniera esponenziale e il risultato finale della collaborazione era sempre di altissima qualità. La sua forza, era dovuta anche al fatto che non c’era un genere che non gli appartenesse, quindi sfornò, in pochi anni, un noir metropolitano che vinse il Premio Bancarella dove la città diventava non solo lo sfondo della vicenda, ma anche protagonista vera e propria della storia; una saga fantascientifica ambientata in un universo parallelo in cui complotti politici, misteriosi oggetti d’uso comune volanti e colonie di gatti culturalmente evoluti sono sempre presenti; una saga fantasy ambientata in un’isola popolata solo da animali e “galder una specie umana talmente evoluta da riuscire a interagire con ogni specie animale utilizzando il linguaggio “Isario”, quello che proviene direttamente dal cuore – alla quale si accedeva solo attraverso il bacino bieticolo di un noto Zuccherificio.

Raggiunto il quarantesimo anno di età, decise che era tempo di uscire dal nido e spiccare il volo, consapevole delle proprie capacità, si ritirò per sei mesi nella sua writers house, una baita immersa nel bosco sul versante orobico di Morbegno, passando le sue giornate a leggere, scrivere e fare lunghe passeggiate nel bosco anche la notte, ascoltando i suoni del bosco. A distanza di un anno da quell’isolamento spontaneo, la casa editrice “Macchia Rossa” pubblicò la sua prima raccolta di racconti dal titolo “Scrivere per chi non sa scrivere”. Dopo la conferenza stampa ufficiale al Caffè Florio di Torino – luogo voluto espressamente dall’autore perché è uno dei più antichi caffè di Torino, Cavour vi fondò il Circolo del Whist e tra i frequentatori del periodo risorgimentale ci furono personaggi politici e viaggiatori illustri fra cui Herman Melville e Mark Twain – l’editore, inspiegabilmente, fu costretto a ritirare dal commercio il testo per evitare forti ripercussioni nei suoi confronti. Mario Valgiusti tornò così al suo primo amore, l’insegnamento, continuando a scrivere racconti destinati ad essere riscoperti, da un giovane di belle speranze, dopo la sua morte.

A cura di Marco Benazzi editorialista – Foto ImagoEconomica 

Editorialista Marco Benazzi

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