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UN’AUTODIDATTA DEL BUSINESS

De Benedetti

Carlo De Benedetti è uno degli ultimi imprenditori che, nel bene e nel male, hanno contribuito a scrivere la storia d’ Italia nel secondo dopoguerra. De Benedetti si è mosso con estrema scaltrezza in settori diversi tra loro come l’ editoria, le telecomunicazioni, il settore dolciario, la tecnologia, ma che, però, puntavano tutte ad un denominatore comune: il guadagno. Come molti imprenditori che mettono le mani in pasta un po’ ovunque, per accrescere il proprio patrimonio e aiutare così il paese a crescere economicamente, anche De Benedetti si è scontrato spesso con la giustizia. Ricordiamo tutti lo scontro fratricida con Silvio Berlusconi sul lodo Mondadori e tutti gli strascihi legali e personali tra i due personaggi. Ma il business è così, prendere o lasciare. Negli affari non c’è spazio per i sentimentalismi e il moralismo. L’ imprenditoria è una giungla e solo il più forte riesce a sopravvivere, mentre per tutti gli altri animali più deboli la fine è inevitabile. Essere imprenditore e avere fiuto per gli affari è un talento innato e nessuna scuola può insegnarti tutto questo. Carlo De Benedetti è uno di questa specie (sempre più rara), di autodidatti del business. L’ imprenditore torinese mosse i suoi primi passi nella finanza, ricoprendo il ruolo di Amministrazione Delegato della Fiat nel 1976. Da qui in poi per De Benedetti si aprirono le porte del paradiso economico-finanziario e dopo l’ esperienza al Lingotto di Torino, due anni più tardi arrivò a rilevare l’ Olivetti che versava in condizioni assai disperate. Riuscì a trasformare questa fabbrica che produceva macchine da scrivere, in un’ azienda che si affacciava al mondo del computer e della nuova tecnologia digitale, strizzandogli l’ occhio in maniera superlativa. Per ben 20 ani diresse magistralmente l’ Olivetti, fondando, tra l’ altro, nell’ ambito delle telecomunicazioni: l ‘Omnitel. Nel 1996, però, a causa di una grane crisi dell’ Olivetti, De Benedetti decise di lasciare l’ azienda, rimanendone Presidente onorario fino al 1999. Anche in questo caso, come avvenne molti anni dopo per il lodo Mondadori e l’ Espresso, De Benedetti dovette rendere conto ai giudici della sua gestione dell’ Olivetti. Durante il processo a Tangentopoli del 1993, infatti, l’ imprenditore di Torino, ammise di aver pagato ben 10 miliardi di lire di tangenti a partiti di governo al fine di ottenere una commessa dalle poste italiane. De Benedetti andò in galera e fu liberato dopo poco, e la corte lo assolse da alcune accusa, mentre altre finirono in prescrizione. La vicenda di Olivetti, quella di Mondadori, e tutte le altre che sono seguite, non hanno fatto altro che scoperchiare, una volta in più, un mondo spietato, fatto di compromessi e anche un po’ di ipocrisia di fondo. In questo paese senza l’ appoggio della politica e dei politici, non sarebbe stata fondata nessuna azienda. Se qualcuno continua a pensare che politica e finanza siano due mondi separati, si sbaglia di grosso. Sia De Benedetti con i suoi giornali come Repubblica e al tempo con l’ emittente La7, ma anche uno dei suoi più acerrimi rivali Silvio Berlusconi con le sue reti mediaset, la società di calcio Milan e chi più ne ha più ne metta, sono riusciti a condizionare da una parte le scelte dei politici e dall’ altra, grazie proprio a questi importanti strumenti di propaganda, questo tipo di imprenditori e uno in particolare hanno potuto entrare in politica dalla porta principale, riuscendo, addirittura, a diventare capo di un paese. Il compromesso storico è sempre esistito e sempre esisterà. Senza i cosiddetti cattivi (in questo caso gli imprenditori), non potrebbero esistere i buoni (ovvero i cittadini che si autodefiniscono onesti), che continueranno a puntare il dito sulle malefatte di questi imperatori del business. Arrendiamoci a questa triste evidenza e cerchiamo di tenerci stretti i nostri amici e ancora più stretti i nostri nemici.

A cura di Nicola Luccarelli

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