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UN REGISTA INDIMENTICABILE

Stiamo parlando proprio di INGMAR BERGMAN!

Uomini e donne in preda a dubbi divoranti, alla ricerca di se stessi, di un precario equilibrio sentimentale o della chiave per i misteri dell’esistenza.
….E’ strano come un essere umano possieda dentro di se’ una sorta di dignita’ o di integrita’, e da questa sviluppi relazioni con altri esseri umani, tensioni, incomprensioni, tenerezza….
Difficile pensare a un cineasta che abbia saputo raccontare gli esseri umani, il loro universo emotivo e le loro relazioni con gli altri con l’intensità e la profondità dei film di Ingmar Bergman: non solo uno degli artisti piu’ importanti e influenti del ventesimo secolo , ma soprattutto un autore che ha adoperato il linguaggio cinematografico, spesso innovandolo e dettando regole nuove, per esplorare i ricordi, i sentimenti, la psiche di uomini e donne impegnati in logoranti conflitti interiori.
Crisi spirituali, e dilemmi morali, paranoie e rimpianti, desiderio d’amore e anelito alla solitudine ; i suoi personaggi hanno saputo conquistarsi un posto privilegiato nel nostro immaginario di cinefili, e nel nostro cuore di semplici spettatori, proprio perche’ come in uno specchio hanno risuonato gli stessi dubbi, gli stessi stati d’animo e, in qualche momento della nostra vita, sono appartenuti a ciascuno di noi.
Bergman non tralascia nessun tema, non si ferma, non si ferma di fronte a nessun argomento scabroso: i personaggi che popolano le sue pellicole finiscono per affrontare vis- a-vis anche la paura umana per eccellenza, la morte.

Quello che scoprono, dopo questo faccia a faccia ravvicinato con il loro peggiore incubo, e’ proprio che la morte e’ qualcosa con cui si puo’ convivere: il suo spettro puo’ rincorrerci, ingaggiare con noi un ballo o un ‘infinita partita a scacchi come accade ne Il Settimo Sigillo, ma la sua inelluttabilita’ non va temuta.
I suoi film parlano continuamente di morte, ma per esorcizzarla: non c’e’ nulla davvero da temere in questo Pierrot e Antonius Block lo sa: quando la morte gli chiede se ha paura di lei il cavaliere risponde pragmaticamente: “Il mio corpo ha paura ma la mia anima no”.

In Sussurri e Grida, Agnes muore serenamente, dopo aver conosciuto l’amore disinteressato della cameriera Anna, e qualcosa di simile accade anche al protagonista de Il posto delle fragole che, con l’approssimarsi della fine si ricongiunge idealmente con la figura dei genitori.
La propria morte non puo’ essere un trauma della vita perchè non ne fa parte.
All’interno del libro Fellini: Un Portrait, Liliana Betti riporta una conversazione a cena tra il regista riminese e Bergman in cui spiega direttamente la genesi della sua visione: “ho fatto un’iniezione alla volta, causando una sorta di morte clinica per cinque ore, e sono giunto alla conclusione che la morte e’ semplicemente non-esistenza”.

Se esiste qualcosa che dovrebbe davvero spaventare l’umanità non è la fine, ma lo spettro di una vita senza amore.
Bergman convisse in prima persona con la paura di incontrare quella “ morte emotiva” che stava infettando la società.
La sua infanzia difficile, in cui non si era sentito amato dai genitori lo avevano portato a cercare continuamente, in modo spasmodico amore, complicità, affetto, per colmare il deficit e i suoi film sono pieni di questo bisogno d’amore, vissuto come necessità.
L’opera di Bergman e’ difficile da capire in questo momento storico, proprio perchè, ancora oggi, è difficile trovare le risposte a quegli interrogativi e a quelle suggestioni che certi suoi film ci hanno proposto.

E’ un cinema strettamente attuale che manda un grande messaggio, quello dell’inclusione e dell’eguaglianza in una realta’ sempre piu’ distaccata e alienata, non sempre facile, ai tempi nostri, aggiungerei anche liquida, digitale, robotizzata, non sempre facile da interpretare, ma fondamentale per allenarci a diventare, forse, donne e uomini migliori!

A cura di Sandra Vezzani – Foto Imagoeconomica

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