MARIO DRAGHI

Da anni una crisi di sistema avvolge l’Italia come un sudario. Una crisi che è matrioska di molte altre: istituzioni difettose, politica autoreferenziale, giustizia impregnata di carrierismo, economia zavorrata da lacci e lacciuoli burocratico-assistenziali. Da cinque lustri e più ci dibattiamo alla ricerca della via d’uscita, spesso in maniera confusa, sfoderando le due caratteristiche negative che segnano il Paese: lo scarso rispetto delle regole; il “particulare” che impera. Il perché ci siamo infilati in questo imbuto merita un’analisi approfondita che esula da queste colonne.

Però adesso siamo ad una svolta. La pandemia ha scoperchiato le insufficienze di una comunità che anche sulla scienza e sul suo impiego – vedi vicenda Green Pass – è stata capace di mostrare limiti e irragionevolezze ma al contempo pure grande voglia di superare gli ostacoli. E in più c’è il Recovery, trasfuso dal governo di Mario Draghi nel Pnrr che contiene gli interventi e le riforme necessarie non solo affinché le risorse della Ue – ne riceveremo in quantità maggiore di tutti gli altri Stati dell’Unione – fluiscano nei tempi e nelle entità concordate, bensì anche perché l’intero impianto varato da palazzo Chigi prevede le misure necessarie a rimettere in sicurezza l’Italia e risistemarla sulla corsia della crescita e dello sviluppo che da troppo tempo hanno la consistenza dei miraggi.
Un’occasione unica e irripetibile che sarebbe sciagurato lasciar cadere.

Tuttavia anche un’opportunità di siffatta grandezza non arriva a gratis: bisogna saperla cogliere. Il punto fondamentale è che per raggiungere il traguardo mai come adesso è necessaria la giusta coesione nazionale. L’idea che i miliardi europei possano arrivare e trovare un Paese diviso e disarticolato – Stato contro Regioni; sindacati contro imprenditori, Nord contro Sud, politica contro giustizia e via discorrendo – è un incubo. E’ per questo motivo che il capo dello Stato, Sergio Mattarella ha affidato a Mario Draghi, figura di indiscusso prestigio e autorevolezza dentro e fuori i confini nazionali, l’incarico di formare un esecutivo “fuori da ogni formula politica”. Ed esattamente per lo stesso motivo, chi più convintamente chi meno, la stragrande maggioranza delle forze politiche ha accettato di sostenere assieme lo sforzo del premier.

Non bisogna farsi illusioni. Draghi non è l’uomo della Provvidenza, il demiurgo che da solo compie il miracolo di superare le emergenze e rimettere in moto l’Italia. Così come le differenze, anche sostanziali, tra partiti non scompaiono né possono azzerarsi in un confuso amalgama senza identità. Draghi e il Parlamento, il luogo istituzionalmente deputato per il confronto tra leader e partiti, sono le due mezze mele che unite hanno peso e rilevanza; divise segnano la strada verso il default.
L’unità nazionale o comunque la si voglia chiamare rappresenta un patrimonio che sarebbe esiziale disperdere. Come pure le capacità e l’esperienza del presidente del Consiglio vanno messe a frutto e non collocate in un’urna – votiva quanto si vuole ma imbelle – dai contorni puramente tecnocratici. La coesione nazionale, dalla quale poi può e deve scaturire lo sforzo congiunto di tutti i vari settori sociali, è l’atout da giocare, l’asso da mettere sul tavolo per vincere la partita. Non è un obiettivo che si raggiunge senza sforzi. Occorrono spirito di servizio, lungimiranza, consapevolezza dei doveri e non solo dei diritti da parte di ciascuno degli attori che calcano il palcoscenico politico-economico-sociale.

Siamo un Paese strutturalmente diviso, che ama le contrapposizioni e gli scontri tra guelfi e ghibellini. Ma stavolta è necessario uno sforzo corale per mettere in sintonia le migliori energie (e che sono tante) per farle convergere verso il medesimo risultato. E’ difficile, ma si può fare. E’ proprio nei momenti più complicati che gli italiani tirano fuori il meglio di loro stessi. La coesione nazionale, che deve essere il timbro della politica in questa fase, va conquistata e garantita giorno per giorno. Draghi ha stilato un cronoprogramma che da qui a febbraio deve essere realizzato per condurre in porto le riforme che servono: prime fra tutte quella fiscale e della concorrenza. Tutte le forze politiche, ciascuna nel suo ambito, non possono che essere interessate a far sì che questa ambizione trovi concretezza. Il dividendo finale sarebbe grande per tutti. Se invece l’obiettivo fallisse per il prevalere degli egoismi e dei singoli interessi, il risultato sarebbe un dramma per noi e per le generazioni future. Alzi la mano chi può ambire ad un simile autolesionismo.

A cura di Carlo Fusi editorialista – Foto Imagoeconomica

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