BENEDETTA TOBAGI FIGLIA DI WALTER

E’ il 18 marzo del 1947 ed in una frazione di Spoleto c’è una famiglia che festeggia l’arrivo di un figlio; il cognome è TOBAGI, il nome Walter ed in quel momento nessuno si immagina quale sarà il futuro del fanciullo, un futuro intenso quanto breve.

Trasferitosi pochi anni dopo, insieme alla famiglia, vicino a Milano, Walter diventa redattore del giornale del Ginnasio che frequenta, muovendo i primi passi nel campo giornalistico, che lo portano una volta finita la scuola ad entrare a far parte della redazione dell’Avanti, prima, e successivamente dell’Avvenire.

In quei primi anni si occupa di vari argomenti, oltre ad intraprendere la carriera accademica e di ricercatore, interessato alle questioni legate al movimento studentesco, tema della sua prima inchiesta pubblicata.
I temi sociali, politici, economici, sono solo alcuni di quelli da lui seguiti, ma pure la politica estera, specie quella dei regimi totalitari lo appassiona, anche se è il terrorismo, a diventare l’argomento cui si dedica maggiormente, con il delitto Calabresi, la morte dell’editore Feltrinelli e tutte le vicende che coinvolsero in quegli anni il terrorismo di sinistra, con le Brigate Rosse, Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia.

Intanto prosegue il suo lavoro di docente universitario, di scrittore, di sindacalista, mentre si trasferisce prima al Corriere d’Informazione e, nel 1972, al Corriere della Sera; Tobagi è un fiume in piena e la sua attività è attenta, scrupolosa, rigorosa, nell’analizzare i fatti, senza lasciarsi in alcun modo fuorviare.
In proposito mi pare significativo riportare un pensiero di un grande del giornalismo italiano, Giampaolo PANSA, inviato del Corriere tra il 1973 ed il 1977:
«Tobagi sul tema del terrorismo non ha mai strillato. Però, pur nello sforzo di capire le retrovie e di non confondere i capi con i gregari era un avversario rigoroso. Il terrorismo era tutto il contrario della sua cristianità e del suo socialismo. Aveva capito che si trattava del tarlo più pericoloso per questo paese. E aveva capito che i terroristi giocavano per il re di Prussia. Tobagi sapeva che il terrorismo poteva annientare la nostra democrazia. Dunque, egli aveva capito più degli altri: era divenuto un obiettivo, soprattutto perché era stato capace di mettere la mano nella nuvola nera».

​Ecco, Tobagi che in quelli definiti “anni di piombo” seguì tutte le vicende del terrorismo e delle bande armate, lavorò alla ricerca di quali fenomeni portarono alla nascita di gruppi, più o meno numerosi, che mise a ferro e fuoco il nostro Paese, uccidendo persone che difendevano la democrazia, fossero magistrati, forze dell’ordine, sindacalisti, giornalisti.
​A differenza di molti suoi colleghi, Tobagi invece di “attaccare” cercò sempre di “capire”, cosa pericolosa per chi voleva rovesciare lo stato, cosa spingesse a tanto persone che per la maggior parte provenivano dalla media borghesia, lontani quindi dai disagi della povertà e dell’emarginazione, e proprio questo lo rendeva scomodo, inviso persino al suo mondo, quello del giornalismo e quello del sindacato dei giornalisti, con l’ala più di sinistra che spesso lo attaccò per il suo spirito libero e riformatore.

L’omicidio del Giudice Alessandrini, quello di Carlo Casalegno, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, furono tra le vicende da lui seguite, e proprio il caso Moro, qualcuno asserisce, fu tra le cause della sua uccisione, avvenuta sotto casa, in via Salaino, a Milano, alle 11 del mattino del 28 maggio; ammazzato da un gruppo di sei persone, appartenenti alla Brigata XXVIII marzo, cinque colpi di pistola che lo lasciarono riverso sul selciato.

Tobagi lasciava la moglie e due figli, Luca e Benedetta (anch’essa divenuta giornalista e scrittrice).
Bastarono pochi mesi per risalire agli uccisori, ma il processo portò a condanne miti, con alcuni degli uccisori che non andarono mai in carcere, alimentando quei dubbi che molti colleghi avevano espresso circa una ricerca poco chiara della verità, di quegli intrecci tra politica e criminalità, terrorismo, che emergono in troppe delle vicende di quegli anni bui della nostra Repubblica.
Anni in cui stragi ed uccisioni “eccellenti” difficilmente portarono alla scoperta della verità, degli esecutori ma, soprattutto, dei mandanti; depistaggi e scarsa collaborazione erano all’ordine del giorno, in un contesto omertoso e fuorviante.

Walter TOBAGI
pagò con la vita il suo essere attento osservatore e studioso di un periodo in cui la nostra libertà fu difesa principalmente da persone come lui, capaci di essere al di sopra di egoismi, manipolazioni, influenze, volte alla soppressione dei diritti altrui e della democrazia.

Il Direttore responsabile Maurizio Vigliani – Foto Imagoeconomica

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