A Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, la notte dell’8 gennaio 1993 la mafia assassinava Beppe Alfano, corrispondente del quotidiano “La Sicilia“. Appassionato di giornalismo, idee vicine alla destra, Alfano aveva cominciato a collaborare con alcune radio provinciali, in seguito diventò corrispondente de “La Sicilia di Catania”. Non si è mai iscritto all’albo dei giornalisti. L’iscrizione gli fu attribuita alla memoria. Pagò con la vita i suoi servizi televisivi sferzanti con i quali denunciavano abusi, intrecci fra politica e malaffare, sprechi nelle pubbliche amministrazioni. Le vicende legate all’erogazione dei contributi all’Azienda per gli Investimenti sul Mercato Agricolo, i rapporti tra esponenti della malavita organizzata e personaggi illustri barcellonesi.

Un cronista scomodo, sicuramente, che con tanta passione e senso del dovere civico scavava nel torbido mondo del crimine e lo raccontava. Fu ucciso a cento metri da casa, verso le dieci di sera, colpito da tre proiettili calibro 22 mentre era fermo alla guida della sua Renault nove color amaranto. Alla morte seguì un lungo processo, tuttora non finito, che condannò un boss locale all’ergastolo per aver organizzato l’omicidio, lasciando però ignoti i veri mandanti e le circostanze che decretarono l’ordine di morte nei suoi confronti.

Era ancora un tempo in cui le notizie si cercavano consumando le suole delle scarpe e in un periodo storico di grave tensione in cui la mafia aveva appena compiuto, siamo nel 1992, le stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Grazie alla sua rete d’informatori, Alfano aveva in qualche misura definito le cosche che presidiavano l’area del Messinese. I suoi articoli e le sue intuizioni tornarono utili anche agli inquirenti nel contrasto alle cosche degli anni Novanta. Dopo ventinove anni il suo omicidio non ha ancora trovato una verità definita.

Alla vigilia di Natale del 2020 il gip del Tribunale di Messina ha disposto nuove indagini, ritenendo necessario fare alcuni approfondimenti sull’arma del delitto. Ancora non si è a conoscenza del preciso movente dell’assassinio, né il quadro definitivo dei mandanti. Al momento c’è un solo condannato a trent’anni per la morte del giornalista. Lo stesso che oggi attende gli esiti del processo di revisione concesso dalla corte d’Appello di Reggio Calabria.

Giuseppe Aldo Felice Alfano, detto Beppe, è nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 4 novembre 1945.
Ucciso per mano della mafia l’8 gennaio 1993 fu un giornalista sempre in prima linea e docente italiano. Per questi, e altri motivi, non sarà mai dimenticato. 

Il vice Direttore Ugo Vandelli – Foto Gazzetta del Sud

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