Il Carnevale, per un bambino degli anni settanta, era una festa che aveva inizio in classe, la mattina, proseguiva a pranzo con i manicaretti preparati dalle amorevoli mani delle nonne, tipici di quegli anni, come le tanto sospirate castagnole o frittelle di riso, per terminare nell’immancabile Festa di Carnevale, organizzata da insegnanti e genitori nella palestra della scuola, quando ancora dialogavano senza essere affiancati da un legale. Mia nonna Attilia, la cui assenza, ancor oggi, mi provoca disturbi legati all’ansia, conosceva i miei gusti come nessun altro e quel giorno, martedì, 6 marzo 1973, mi preparò un piatto enorme di tagliatelle fritte, realizzate proprio con la sfoglia all’uovo, poi fritte e condite con zucchero e agrumi, un dolce goloso che profumava di tradizione, di Romagna e che identificava il mio Carnevale.

Quel giorno compiva gli anni anche mio padre Cesare, e dopo aver festeggiato con la famiglia a pranzo, mia madre mi accompagnò alla festa scolastica con il costume che lei stessa mi aveva confezionato e con il quale mi sentivo un custode mascherato che agiva in difesa della gente comune e delle popolazioni indigene, contro funzionari corrotti e tirannici, quello di Zorro. Fortuna volle che fossi l’unico ad essermi presentato indossando il costume da bandito mascherato e tutti i partecipanti tentarono, senza riuscirci, di scoprire chi si celava dietro quella maschera. Fino a metà pomeriggio, la festa prosegui senza nessun tipo di problematica, fino a quando non fece la sua apparizione Astorre, il bambino che vestiva con il costume del Capitano Monastario, il perfido, astuto, crudele, elegante e giovane comandante spagnolo del piccolo presidio di Los Angeles, acerrimo nemico di Zorro, invidioso del mio personale successo, che mi avrebbe, con molta probabilità, portato alla vittoria per il costume più bello: camicia di seta nera, un paio di pantaloni neri, un paio di stivali, due lacci neri, una cintura di seta rossa, una spada di plastica, un cappello, una mascherina e un mantello nero di seta.

In accordo con i suoi due inseparabili amici, peraltro vestiti con i costumi del caporale Reyes e del sergente Garcia, mi invitò ad uscire dalla sala con una banale scusa, per poi gettarmi addosso un miscuglio nauseabondo realizzato con uova marcie e aceto di vino bianco. Il sogno di poter vincere il premio era svanito, soffocato dal cattivo odore che mi accompagnò, in lacrime, fino a casa. Quando mia madre fu messa al corrente dell’accaduto, inizialmente voleva precipitarsi alla festa per inscenare una sceneggiata romagnola di quelle che i presenti avrebbero raccontato ai loro pronipoti, poi scelse la via più elegante anche se più costosa.

Mi portò, di peso, in un laboratorio che noleggiava costumi d’ogni epoca e mi fece indossare un tipico abito della California spagnola di inizio Ottocento, blu con arabeschi dorati, i baffetti a fiammifero li avevo già disegnati con la matita per gli occhi di mia sorella, quindi potevo tornare alla festa con il mio nuovo ed elegantissimo costume. Quando entrai in palestra, per un solo istante, tutti si girarono verso di me restando colpiti dal mio look ricercato, poi, il perfido Astorre, per cercare di infierire nuovamente, disse a squarciagola: “Guardate, è arrivato Don Diego De La Vega!”.

È inutile dirvi che a vincere fu una bambina che indossava un costume da Yippie, pantaloni a zampa in jeans a cui abbinava degli accessori scamosciati, camicia a fantasia floreale di colori a contrasto e sgargianti, con ampie punte del colletto. Io, arrivai secondo e terzo, per i costumi che rappresentavano le due anime che vivono dentro me, sarebbe troppo bello essere sempre Zorro, il difficile è convivere con il Don Diego che, nel mio caso, ha preso il sopravvento. Ma si sa, Zorro non fugge, Zorro lascia il segno!

A cura di Marco Benazzi – Foto Repertorio

Editorialista Benazzi Marco

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