Matteo Saragoni, nel giugno del 1973, era un bimbo di 6 anni. In quei pomeriggi assolati ma privi di umidità, amava giocare con le biglie di vetro, a figurine e a ping pong nell’oratorio della Chiesa di San Bartolomeo. Sua sorella Veridiana, sedicenne, frequentava il Liceo Classico “Aristide Bernardi” e aveva una passione smodata per il gruppo musicale dei Delirium e per i maritozzi soffici con l’uvetta.

Nel giorno in cui la città festeggiava il Santo Patrono, Matteo, Veridiana e la madre Ludovica, raggiunsero il Luna Park non prima d’aver attraversato l’intero corridoio dedicato alla vendita di abbigliamento e oggettistica più o meno utile. Dopo aver trascorso almeno un paio d’ore tra autoscontro, casa stregata e giochi di varia natura, prima di fare ritorno a casa, l’oggetto del desiderio che chiudeva magnificamente quella indimenticabile giornata, era il classico palloncino rigorosamente di colore rosso.

Quell’anno, l’indecisione era legata a quale fosse la forma più interessante tra quella classica e quella moderna, una novità per un bambino che era al suo secondo anno di festeggiamento attivo. Alla fine dopo un po’ di titubanza, optò per la modernità, un palloncino rosso a forma di coniglio. Nel tragitto che riportava l’allegra famigliola tra le mura domestiche, Matteo sembrava quasi comunicare con il coniglio sospeso in aria e dal tono serioso, pareva si trattasse di un argomento particolarmente serio. Giunto a casa, lasciò il palloncino ancorato sul soffitto della sua cameretta e si mise al tavolo dove di solito svolgeva i compiti, prese un foglio e una penna e cominciò a scrivere, e mentre la penna scorreva come una lacrima sul volto, Matteo ripensò a quello che il venditore di palloncini gli disse quando si rivolse a lui per avere un parere, il quale gli sorrise e con fare deciso rispose: “Se prendi questo, vai sul sicuro, è perfetto per il tuo scopo.” Terminato di scrivere la lettera, peraltro priva di errori di ortografia, il bambino la ripiegò infilandola poi dentro ad un sacchetto di plastica ed infine la legò accuratamente al filo del coniglio rosso. La mattina seguente, di buonora, Matteo usci nel giardino tenendo il palloncino tra le mani poi, lo baciò, bagnandolo con qualche lacrima, e mollò la presa lasciandolovolare libero verso il cielo.

Quel giorno, a quell’ora, un anno prima, era mancato Pucci, il gatto tigrato con il quale il bambino aveva instaurato un rapporto di complicità unico, dalla sua nascita a quel terribile giorno in cui un automobilista senza scrupoli lo investì lasciandolo agonizzante sull’asfalto, un fratello maggiore peloso con il quale aveva diviso, dalla culla al letto e spesso i pasti. La lettera, prima che il palloncino rosso scoppiasse, a causa delle differenti forze della fisica che agivano su di esso, giunse a destinazione e l’amico micio, spaparanzato su di una nuvola simile a panna montata, leggendola si commosse. Il testo era il seguente: “Caro Pucci, dopo che sei salito in cielo, la notte non riesco a dormire senza la lampadina accesa. La nonna mi ha detto che tu sei sempre vicino a me, e se usavo la tua copertina mi sarei addormentato subito. Grazie di avermi aiutato quando ero piccolo, ma ti prego, se puoi, stammi vicino. Un bacino nel naso. Matteo.”La mattina seguente, quando Matteo si svegliò, trovò sul cuscino una piccola vibrissa dal profumo dolce e intenso che portò sempre con se.

A cura di Marco Benazzi – Foto ImagoEconomica 

Editorialista Marco Benazzi

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui