A sei anni, come ogni bambino, cominciai a frequentare le scuole elementari. Il maestro che seguiva la mia classe era uno degli ultimi sopravvissuti della vecchia scuola, quella, per intenderci, che praticava ancora punizioni corporali e psicologiche come metodo educativo.

A quell’età, la mia fantasia volava oltre la finestra della classe permettendomi di immaginare, cioè di vedere e percepire cose vere e cose non vere, in parte o del tutto. Questo mio estraniarmi dall’ambiente scolastico così strutturato e sterile umanamente parlando, mi portò a diventare, per il maestro Giancarlo Trapezio, un esempio negativo per l’intera classe e, fin dai primi giorni di scuola, mi etichettò con un soprannome che mi avrebbe accompagnato per tutto l’anno scolastico: Bernacca.

Sentirmi chiamare con il cognome del più famoso meteorologo italiano, colonnello dell’aereonautica, celebre per essere il volto televisivo delle previsioni del tempo, mi dava un senso di importanza e mi spingeva maggiormente a spiccare voli pindarici scrutando, dalla finestra accanto al mio banco, cirri, nembi e cumulonembi, padri di fulmini e tuoni (temporali), grandine e trombe d’aria. Dopo qualche settimana si passò alle bacchettate sulle mani o sui glutei che venivano effettuate utilizzando una verga di salice, ma anche a punizioni fisicamente indolori che corrispondevano nel ricopiare svariate volte sulla lavagna le aste, quelle con cui i bambini riempivano i quaderni della prima elementare, per allenarsi all’alfabeto.

Poi, passò alle punizioni psicologiche, ad ogni errore grossolano, mi faceva indossare due coni di carta, a simboleggiare le orecchie del somaro, e mi relegava dietro la lavagna per almeno un’ora, mentre tutti i compagni ridevano. Per la verità, la mia reazione istintiva fu tutt’altro che scioccata, ogni volta che il maestro si assentava per espletare un bisogno fisiologico, lo seguivo e mi appostavo nel corridoio del bagno insegnanti ad aspettare che terminasse. Quando sentivo aprirsi il rubinetto dell’acqua, tornavo al mio banco a scrutare il cielo sopra Cesena.

Al termine dell’anno scolastico, le nostre strade si divisero, il maestro Trapezio lasciò l’insegnamento per raggiunti limiti di età, aveva iniziato il percorso all’età di diciotto anni e tra gli scolari della sua prima classe elementare, c’era anche mio padre e terminò, trentacinque anni dopo, castigando il sottoscritto. Qualcuno scrisse che la fantasia sono ali che ci portano oltre i confini, chiavi per aprire porte segrete, maestri invisibili che ci guidano lungo sentieri dimenticati. Ecco, nel mio caso, fu proprio grazie alla fantasia che accettai bovinamente quelle punizioni perché capii che la fantasia è come un fiume carsico in piena, non può essere fermata da nessun ostacolo, tantomeno da barriere culturali.

Ancora oggi, che ho l’età che aveva il mio maestro allora, quando ho bisogno di estraniarmi dal mondo reale spesso opprimente, mi affaccio alla finestra dello studio e torno nei panni di Bernacca, così da potere emozionarmi al passaggio lento, a volte burrascoso delle nuvole, mute, a volte fragorose, un trait d’union tra mio stato d’animo e le porte d’accesso al Mondo fantastico. A quell’età, avevo paura di dormire al buio, poi mio padre mi disse che avere paura del buio significava avere paura della fantasia e da quella sera, l’abat-jour restò spenta.

A cura di Marco Benazzi – Foto Imagoeconomica

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