Sei hai la fortuna di poter svolgere il lavoro che hai sempre sognato, oggi come oggi, è come azzeccare un terno secco al gioco del Lotto. Io, ad esempio, avrei voluto diventare un critico letterario-cinematografico e collaborare con riviste specializzate, ma “…i sogni sono ancora sogni e l’avvenire ormai quasi passato…”, come cantava Luigi Tenco in “Un giorno dopo l’altro”, uno dei suoi innumerevoli capolavori.

Ebbene, la storia che vi racconterò oggi, riguarda una signora sulla sessantina, proprietaria di un noto bar pasticceria della zona periferica di Cesena. A vederla dietro al bancone, alle 5,30 del mattino, con l’aria imbronciata come quella di una che vive una solitudine subita non cercata, che porta a costruirsi un muro difensivo tutto intorno con un’apparente funzione protettiva ma che, in realtà, isola dal mondo creando una pseudo-realtà che può sembrare comoda, perché priva di conflitti e scontri, ma che a lungo andare fa soffrire perché rimuove il bisogno di ogni essere umano a socializzare.

Cabiria, questo è il suo nome, è diventata barista per puro caso all’età di 16 anni. Era ospite, nel luglio del 1976, dei nonni materni nella casa al mare dove trascorrevano una lunga villeggiatura che durava per l’intera estate, quando allo stabilimento balneare che era solita frequentare, i due baristi del turno pomeridiano diedero forfait per motivi di salute, e il titolare, preso dal panico, chiese alla clientela se conoscesse qualcuno, con un minimo d’esperienza, disposto a coprire le assenze per almeno una settimana.

Cabiria, colse la palla al balzo e, neanche due ore dopo, era già entrata perfettamente nel ruolo tanto che, il signor. Giancarlo Guardabassi, titolare del “Bagno Sol dell’Avvenir” di Pinarella di Cervia, gli propose un contratto a tempo pieno che d’inverno la vedeva impegnata al bancone di un noto caffè di Cesena. Dieci anni dopo, Cabiria convolò a (giuste) nozze con Olindo Fruttino, una guardia giurata di origini campane che conobbe alla festa di compleanno di sua cugina Marta.

Da quell’unione nacquero due pargoli, uno a distanza di un anno dall’altro, e allo scadere del decimo anno, il matrimonio poteva considerarsi scaduto come uno yogurt. A 36 anni e con due figli a carico, Cabiria decise di investire su sé stessa, rilevando, in società con Gelsomina, l’amica del cuore, un vecchio bar di periferia che abbisognava di un restauro completo. Quattro anni dopo, da ricettacolo di mosche da bar, il Caffè Pasticceria “Arioso”, interamente rimesso a nuovo, aveva più che decuplicato la sua clientela e le paste prodotte dal suo laboratorio, rifornivano parecchi bar dell’area cesenate.

Oggi, a distanza di 25 anni da quei giorni, la vita di Cabiria, dopo che entrambi i figli hanno scelto di vivere la propria vita oltreoceano, ha imboccato la strada che porta alla depressione, quella che mentre la percorri ti senti profondamente solo, e ad ogni passo senti una sensazione di sofferenza e percepisci un vuoto interiore difficile da colmare. E allora ti rifugi nella tua “comfort zone”, sentendoti protetta e rassicurata, isolandoti dal mondo reale, e questo alla tua clientela, non gliene può fregare di meno.

Quando un avventore si presenta in un bar, la mattina presto, per il rito giornaliero della colazione a base di cappuccino di soja, cornetto vegano ripieno di marmellata d’arancia e un bicchierone d’acqua naturale fresca, il tutto alla modica spesa di 3,70 €, vuole trovarsi davanti una persona che lo accolga con un sorriso, due chiacchiere sul nulla, e una coccola, prima di tuffarsi nel grigiore del suo mondo lavorativo. Quando entrate in un bar, e vi accorgete che dietro al bancone c’è una persona con scarse capacità relazionali, fatele un complimento, dopo avere fatto colazione, portate voi stessi il vassoio con tazza e bicchiere al bancone, è un piccolo gesto che a voi non costerà nulla ma per chi vive una vita difficile, significherà tanto.

A cura di Marco Benazzi – Foto Repertorio

Editorialista Benazzi Marco

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