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SANPA MI HA RIDATO MIA FIGLIA

È bastata una miniserie su Netflix per infiammare gli animi di quanti, improvvisandosi tuttologi – come spesso oggi accade, complice il potere dei social e della rete in genere, hanno dato fiato a pensieri, parole opere e omissioni. Sì, soprattutto omissioni… perché anche non dire è una scelta. Così come è una scelta scegliere le cose da dire, o scegliere di dire le cose a metà, mettendo in luce solo una parte della medaglia, focalizzando l’attenzione su un dettaglio e non sull’insieme: scegliendo insomma solo quello che fa comodo, quello che fa audience, quello che fa numeri.

Allo stesso modo anche scegliere con cura le cose da non dire è una scelta, e quindi un atto di responsabilità.
Per questo motivo, nel pieno esercizio del mio libero arbitrio e della libertà di parola e di stampa, ho scelto. Ho scelto di mettere luce su quanto è stato omesso, di mettere luce sull’ombra riportando per quanto possibile in equilibrio l’immagine di una comunità che ha salvato molte vite.

L’ho fatto dando voce a chi San Patrignano l’ha vissuto sulla pelle. Per rispetto di alcune vicende familiari e per la presenza di minori ho garantito l’anonimato alla donna, mamma e oggi nonna, che ho intervistato. La chiamerò Luce, perché è luce quella che, aprendomi il suo cuore, mi sta aiutando a fare con questo pezzo. La sua testimonianza è possibile proprio grazie a San Patrignano: se sua figlia non fosse stata accolta, probabilmente non si sarebbe salvata.
E la sua storia, una storia di rinascita, non avrebbe potuto essere raccontata.

È il 2008. Luce da poco si è separata dal marito. Ha 3 figli, che sono rimasti a vivere con lei. I ragazzi sono il suo orgoglio. Sono ragazzi educati, onesti, bravi a scuola, che hanno degli amici e sanno relazionarsi con gli altri. È fiera di loro Luce, in modo particolare è fiera per essere riuscita ad insegnargli a tenere sempre la testa alta, avendo sempre il coraggio di essere sinceri, e dirsi anche le cose più scomode guardandosi in faccia. Da quando il marito non vive più con loro lo spazio per il dialogo, non più disturbato dalla tv perennemente accesa, è un momento di condivisione senza tempo, che gratifica tutti e unisce la famiglia nella condivisione dei racconti di ciascuno.

Solo Benedetta, la maggiore, da qualche giorno è più sfuggente, si copre il viso e gli occhi, si nega ad ogni incrocio di sguardi. La mamma se ne accorge e prova ad indagare su quali possano essere i motivi che causano nella ragazza quei comportamenti. Sentiva Luce che qualcosa non andava in Benedetta, lo sentiva come solo le mamme possono sentire.
Una sera si sono parlate. E Benedetta ha confessato alla mamma che faceva uso di cocaina. Da qualche mese. Uno, due, tre, quattro. Forse cinque. Facciamo sei. La verità è nemica della dipendenza.

“A quel punto non avevo scelta. Dovevo esserci. Per mia figlia e per gli altri miei figli. Soprattutto non c’era tempo da perdere. Mi sono rimboccata le maniche, come ho sempre fatto di fronte ai problemi della vita. E ho chiesto aiuto. Benedetta aveva iniziato perché lo faceva la sua migliore amica; dobbiamo sfatarlo subito questo mito: non è colpa del lupo cattivo. Queste cose succedono tra amici, in compagnia, anche in parrocchia. Sì anche in parrocchia, non dobbiamo nasconderci dietro un dito”.

Benedetta ha chiesto di essere aiutata. Nel frattempo Luce si è assunta la responsabilità di quello che stava succedendo: “Non c’è da farsi colpe, nessun genitore nasce imparato. Però tutto si impara, e gli errori che si commettono, spesso nel tentativo di proteggere i figli, vanno affrontati con l’unica arma che abbiamo:assumendocene la responsabilità”.

È iniziato così il loro percorso a San Patrignano, che è durato dal 2008 al 2014.
A San Patrignano siamo entrate dopo un paio di mesi, durante i quali, seguiti dall’Associazione di riferimento nella nostra città, è stata accertato che Benedetta si fosse disintossicata e fosse sua reale intenzione intraprendere il percorso all’interno della comunità. Sì perché disintossicare il corpo è abbastanza semplice, bastano un paio di settimane. È a ripulire mentalmente, psicologicamente ed emotivamente le persone che serve un grande lavoro, c’è un percorso di vita da fare: perché la tossico-dipendenza è figlia di un disagio che spesso ha origini profonde, che va scoperto, indagato e infine sanato. Quando siamo entrate ci hanno accolte in un teatro, dove i responsabili del centro davano le indicazioni sulle regole da seguire, prima tra tutte il distacco dalle famiglie e dal mondo esterno”.
Chiedo a Luce di proseguire, possibilmente raccontandomi quello che di solito non viene detto.
Quando porti un figlio lì, lo fai perché sai che è l’unica salvezza possibile. Per volere di Vincenzo Muccioli hanno sempre accolto tutti: indipendentemente dalla storia personale, ogni persona che decide coscienziosamente di farsi aiutare, è prima di tutto una persona, e quindi ha un valore che va rispettato e tutelato”.

La cosa più difficile è il distacco”, continua “molti non lo capiscono, ma è giusto così. Se è la famiglia la causa, se pur inconsapevole, dei problemi, i ragazzi vanno isolati. Accettarlo è l’ennesimo atto d’amore che un genitore è chiamato a fare per il proprio figlio. L’unico contatto che ho potuto mantenere con Benedetta per i primi due anni è stato di tipo epistolare. Ci scambiavamo delle lettere, bellissime. Le conservo ancora. Scrivere per Benedetta è stato importante: era un modo per dare voce a tutte le emozioni e le parole che aveva dentro, e che nella solitudine facevano ancora più rumore. Ma chissà, se non le avesse buttate fuori, forse oggi non sarebbe la donna che è diventata. Dopo due anni, ho ricevuto l’invito. Ho potuto incontrare finalmente di nuovo mia figlia”.

In quei due anni, mentre Benedetta era impegnata nel suo percorso all’interno della comunità, Luce e gli altri figli sono stati impegnati in altri percorsi supportati dall’Associazione di riferimento locale: il loro corretto supporto a Benedetta era fondamentale, nulla doveva essere lasciato al caso quando si fossero incontrati, e quando la ragazza fosse poi tornata a casa.
Quando l’ho incontrata dopo due anni ho visto la prima rinascita di mia figlia. Ne ha avute altre negli anni successivi: anni che l’hanno vista impegnata all’interno della comunità dapprima con un lavoro, e poi, nell’ultimo periodo, con un ruolo attivo di responsabilità a favore dei nuovi ragazzi che venivano accolti. Pensa che ogni nuova persona che entra viene affidata ad un ANGELO: sì proprio così si chiamano, sono i ragazzi puliti dopo il proprio personale percorso, che ora sono pronti a seguire i nuovi arrivati. Un Angelo ti segue in ogni momento della giornata. Anche mia figlia lo è stata. A quel punto, e solo a quel punto, ho capito che ormai il pericolo non sussisteva più: eravamo passati dall’altra parte della barricata”.

Io sono grata a San Patrignano perché mi ha restituito una figlia che la vita si stava portando via. Ho visto la serie su Netflix e mi spiace, perché è stato fatto un gran bel lavoro, peccato che sia lo specchio di quanto avveniva nel 1995 ossia più di 20 anni fa. Io non ho mai visto catene. E ti posso garantire che quel posto, che è grande come un paese, l’ho girato in lungo e in largo. E se è vero che sono morte tre persone, è altrettanto vero che ne sono state salvate 26.000. Se non fossero state accolte in comunità, sarebbero morte, prima o dopo. Sicuramente. E chissà cosa avrebbero combinato fuori… Il 72% delle persone che entrano a San Patrignano non ricade più nella dipendenza. Sono pochi? Sono tanti? Non lo so, per me sono tanti. Tenendo conto che lo Stato, di queste persone, se n’è sempre lavato le mani. A nome di tutte le famiglie di ragazzi rinati lì dentro, voglio ringraziare Vincenzo Muccioli che è e sarà per sempre l’anima di San Patrignano. Lui donava un amore immenso a quel posto e a quelli che diventavano i suoi ragazzi; le pareti e l’aria sono ancora intrise del suo amore, un amore infinito che non conosce né spazio né lingua, tant’è che San Patrignano è diventata comunità di riferimento in tutto il mondo”.

A San Patrignano Benedetta ha trovato anche l’amore. Un amore vero, forte, consapevole. “Ho un genero stupendo” mi dice Luce “ha una marcia in più, come ce l’hanno tutte le persone rinate grazie al percorso”.

Dal loro amore è nata una meravigliosa bambina, che ha vissuto i primi due anni lì, dove mamma e papà si sono conosciuti. Oggi la famiglia si è trasferita in provincia di Venezia: Benedetta e Paolo sono impegnati con soddisfazione ognuno col proprio lavoro, Luce nel tempo libero si gode la sua meravigliosa famiglia, e la splendida nipotina.

A cura di Sara Patron – Foto Imagoeconomica

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