Argentinian-born Italian football player Omar Sivori reading the newspaper La Stampa. Turin, 1962 (Photo by Mario De Biasi/Mondadori Portfolio/Mondadori via Getty Images)

Come recitava il testo di una famosa canzone: “…non c’è mai una data esatta in cui un amore debba finire…”, così, anche per la Juve, non c’è una data esatta o una circostanza specifica che l’ha portata alla crisi. C’è un momento, più o meno largo della sua storia, dal quale la Juventus ha cessato di fare tutto quello che aveva dimostrato di saper fare a meraviglia.Programmazione infinita, progettualità, capacità di elaborare ogni mossa per essere sempre un passo avanti. La miscela che ha prodotto nove scudetti consecutivi, svariati trofei in Italia, e quel desiderio ricorrente e ossessivo, in alcuni casi persino accarezzato di conquistare la Champions League.

Poi all’improvviso è cominciato tutto ad andare stretto alla Juventus, e la sua perdita di identità è stata progressiva fino a perderne la “luccicanza”, quale modello di gestione sul piano sportivo.
La rincorsa impervia, e puntualmente vana al tanto agognato trono europeo ha offuscato la vista e confuso le idee. La Juve si è snaturata nel tentativo di vincere diventando quel che non era.
Un intento che si è materializzato prevalentemente in due modi.

Il primo atto di questo processo risale all’estate del 2017 e all’acquisto di Cristiano Ronaldo, per la serie: se la Champions non va ala Juve, la Juve prende mister Champions. Poi, si arriverà a dover fare un bilancio definitivo su quell’investimento, sul piano economico e sportivo, ma è evidente come quella scelta abbia precluso alla Juventus tutta una serie di altre possibilità. Prima di tutto in sede di mercato, viziato da un budget limitato, e costellato di tante, troppe scommesse sbagliate. E poi per il suo impatto sul campo.

Cristiano Ronaldo ha rafforzato la Juventus ma raramente l’ha resa una squadra migliore. Ne ha condizionato, con la sua sola presenza sul terreno di gioco, le intenzioni e le possibilità di evolversi verso un altro tipo di calcio, ovvero l’altro peccato capitale della Juve di questi ultimi anni.
I guai della Signora sono cominciati nel momento in cui vincere ha significato non essere più l’unica cosa che conta e si è badato anche alla forma.

La ricerca del gioco, e di un completamento estetico delle vittorie ha portato la squadra a inanellare una serie di scelte estemporanee e poco organiche tra loro.

Da Allegri a Sarri, da un mondo all’altro, dal “Manzannarre al Reno”, per dirla con le parole del Manzoni, senza pensare di più a mettere mano ad un organico che, forse, necessitava, di un rinnovamento che si aprisse a un nuovo ciclo.
E fu così che si arrivò a Pirlo, proiettato, quasi per caso dall’Under 23 alla prima squadra nel giro di una settimana, in una situazione troppo grande e complessa per un allenatore con pochissima esperienza. Così fuori posto da non avere tutte le colpe per la Juve che ora assomiglia più a un cantiere, lontana ormai dall’Inter capolista in campionato e fuori dalla Champions. Forse, seppur con dolore, è il caso di dirlo.

Un fallimento su tutta linea, che nasce da lontano! Fosse un film si potrebbe titolare: Anatomia di un flop sportivo.
La teoria presuntuosa che la Juve potesse vincere con chiunque in panchina, grazie alla forte struttura societaria e a tanti big in rosa, è naufragata. Ecco perchè la stagione dei bianconeri è da dimenticare: le scelte della dirigenza, la scommessa sul tecnico debuttante, un mercato ricco, ma non in linea con l’idea di gioco dell’allenatore hanno alla fine decretato la fine di un gruppo che dopo dieci anni mostra la corda.

E la ciliegina sulla torta, si fa per dire, è che l’impatto del Covid sui conti della società è in netta flessione: i ricavi sono passati dai 322,3 della precedente semestrale a 258,3 di questa. Oltre 113 milioni di perdita con previsioni sui prossimi esercizi tutt’altro che rosee, e che potrebbero portare “ ad operazioni di cessione di diritti alle prestazioni sportive di calciatori”.

E per finire, la Juve è uscita con le ossa rotte dal match contro il Benevento.

La domanda è: quale futuro per Andrea Pirlo?
Pirlo ha dimostrato di crederci ancora e, ai microfoni di Sky nel post partita ha detto. “Dobbiamo continuare a credere nello scudetto. Fare il nostro percorso e il nostro lavoro, l’obiettivo non cambia. Per giocare queste partite serve un altro atteggiamento, indossiamo una maglia importante va onorata”.

Testa bassa e pedalare dunque, per una Juventus, che nell’immaginario collettivo di persone come me, datate anagraficamente, mi riporta alla mitica figura di Omar Sivori, all’emblema di un calcio lontano, che faceva sognare con azzardi e fantasia.
L’augurio è, che, anche se la realtà cambia, la Juve possa ritrovare, oltre al calcio fisico, commerciale di questi anni, ancora un po’ di quel fascino del “racconto”, che, ahimè ha perso per strada!

A cura di Sandra Vezzani editorialista – Foto La Stampa

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