Quando nel 1970, Nino Benvenuti decide di mettere in palio per la sesta volta il proprio Titolo Mondiale dei pesi medi, tra i possibili sfidanti viene scelto un argentino, primo e sesto nelle classifiche dei due organi che governavano il pugilato (WBA e WBC); il suo nome è Carlos Monzon, nato a San Javier il 7 agosto 1942.

Monzon è quello che si definisce un “oggetto misterioso”, dato che il suo curriculum è sì di 79 incontri, ma solo quattro di questi sono avvenuti fuori dal proprio Paese (e non distante per la verità, visto che li ha combattuti in Brasile); non meglio definibile è lo score di questi combattimenti, di cui solo 3 persi e 9 pareggiati, dato che gli avversari non rientravano tra il novero di chi aveva alle spalle un bagaglio conosciuto.

Solamente gli statunitensi Bennie Briscoe (pari “casalingo”) e Tom Bethea (vittoria anche questa molto addomesticata), rientrano tra gli avversari di un certo nome che Monzon ha incontrato e quindi lo sfidante è difficilmente inquadrabile, pur sapendo che ha il pugno pesante ed è un grande incassatore.
Il 7 novembre 1970 Benvenuti e Monzon salgono sul ring del Palasport di Roma e sin dalle prime battute si capisce che per il Campione in carica sarà durissima; i colpi dritti di Monzon sono pesanti e rapidi e mettono Benvenuti in seria difficoltà.

Alla dodicesima ripresa, un diretto destro colpisce Benvenuti alla mascella; il colpo è tremendo e Nino va al tappeto, rialzarsi è possibile, non continuare il combattimento e l’arbitro non può che decretare la fine dell’incontro; Monzon è campione del mondo, l’argentino con i tratti da indio ha stupito tutti! Partito per Roma senza giornalisti al seguito e faticando per racimolare i soldi necessari alla trasferta, Monzon torna in patria da eroe! Sono quasi duecentomila le persone che lo attendono all’aeroporto di Buenos Aires ed esplodono in un’ovazione quando si affaccia dall’aereo con la corona di Campione del Mondo.

Una delle clausole contrattuali dell’incontro prevedeva che qualunque fosse stato l’esito ci sarebbe stata una rivincita, organizzata a Montecarlo, il 7 maggio 1971, allo Stadio Louis II; l’attesa è spasmodica, dato che è in ballo il prosieguo di carriera per Benvenuti e la possibilità di grandi borse a difesa futura del titolo per Monzon. Benvenuti parte all’attacco, ma ben presto si capisce che non ha speranze, anche grazie alla serie di scorrettezza che Monzon mette in atto senza alcun intervento da parte dell’arbitro; nella seconda ripresa, il Campione mette a terra Nino, salvato dal suono del gong, ma è in quella successiva che l’argentino si scatena e mette nuovamente a terra un Benvenuti senza più forze.

Dall’angolo di Nino buttano sul ring l’asciugamano, un segno di resa che Benvenuti contesta mentre Monzon esulta, ma che lo salva da una batosta ben peggiore ed ormai certa; la carriera di Benvenuti è al passo d’addio, quella di Monzon si apre al Mondo e con indosso la corona di Campione. Saranno tredici le difese del titolo da parte di Monzon, alcune con vittorie prima del limite, altre ai punti; successi spesso contestati per le scorrettezze messe in atto dal campione o, come succede ritrovandosi davanti Briscoe, di fronte ad un arbitro e ad una giuria tutta argentina, cosa che lo favorisce smaccatamente in alcuni momenti difficili dall’incontro.

In ogni caso quando, il 30 luglio 1977, scende per l’ultima volta dal ring, i numeri della sua carriera parlano chiaro: dei 100 incontri disputati, Monzon ne ha vinti 87, 3 sono le sconfitte (è rimasto imbattuto dal 9 ottobre 1964 sino al termine della carriera), 9 pareggi ed 1 no contest.
Dotato di un “carattere” non propriamente dolce, i tratti somatici ne fanno un personaggio che attira il cinema, così tra il 1974 ed il 1977 è interprete di alcune pellicole, tre anche discretamente famose (“La Mary”, “Il conto è chiuso” con Luc Merenda, “El Macho“, gli ultimi due girati in Italia).

Non meno “avventurosa” è la vita privata di Monzon; diventa padre a sedici anni, poi sposa Mercedes Beatriz Garcia, dalla quale ha tre figli, e che gli spara colpendolo ad un braccio e ad una spalla, quando il pugile le confessa di avere una relazione con l’attrice Susana Giménez, definita la Brigitte Bardot latino americana. Infine ecco la terza moglie, Alicia Muniz, dalla quale ha un figlio e con la quale il rapporto è alquanto burrascoso, tanto che la suocera lo denuncia nel 1987 per i maltrattamenti sulla figlia; poi, la notte di San Valentino del 1988, Monzon e la Muniz hanno un litigio, nella loro villa di Mar del Plata …. Monzon picchia la moglie, poi dopo aver tentato di strangolarla, la getta dalla terrazza della residenza, causandone la morte.

Il successivo processo vede la condanna dell’ex pugile ad una pena di undici anni, pur se questi ammettendo di essere drogato, nega comunque l’omicidio; in carcere Monzon si comporta da detenuto modello e la buona condotta, sommata alle pressioni di alcuni influenti amici, gli valgono dopo sette anni, la libertà vigilata ed è proprio mentre rientra in carcere per la notte, dopo una battuta di caccia con amici, che avviene l’incidente stradale che pone fine alla sua vita.

E’ l’8 gennaio 1995, a solo cinquantadue anni Monzon chiude una vita a volte drammatica, altre da star, spesso troppo al di là della sua capacità di gestire il successo, così come gli eccessi; il pugile è stato certamente uno dei grandi del ring di ogni tempo, sbocciato tardivamente ed a volte un po’ troppo “aiutato” negli incontri in Patria.

Però i suoi pugni erano davvero macigni ed il suo percorso mondiale da grande del ring, senza dubbio alcuno!

Il Direttore responsabile Maurizio Vigliani – Foto Getty Image

Redazione IL POPOLANO

La Cesenate

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