Aprendo il noto motore di ricerca, oggi il nome “Google” è trasformato: la copertina di un 45 giri con il volto di Giorgio Gaber sostituisce la prima “o”, un disco la seconda e un microfono la “l”. Questo è uno dei tanti omaggi dedicati al “Signor G” che oggi avrebbe compiuto 83 anni.

Giorgio Gaber, pseudonimo di Giorgio Gaberscik, era nato il 25 gennaio 1939 a Milano – città che, dopo la sua scomparsa, gli ha dedicato lo storico teatro “il Lirico” – ed è considerato il pioniere del “teatro canzone”: una fusione tra musica, poesia e teatro unica nel suo genere.

Gaber aveva iniziato a suonare la chitarra a otto anni, per curare una lieve paralisi alla mano sinistra causata dalla poliomielite: “Tutta la mia carriera nasce da questa malattia”, disse.

Amava il jazz, sua fonte di ispirazione: “I miei miti erano jazzistici: ho iniziato ad ascoltare dischi americani, in vinile, che facevano un piacevole brusio mentre ci facevano sentire questa musica stranissima e assolutamente sconvolgente“. Nei bar milanesi provava a suonare le note d’oltreoceano, ”ma poi bastava che arrivasse uno, non che fosse americano, ma fosse stato dieci minuti in America, e suonava meglio di me” usava raccontare…

La sua era una famiglia di musicisti. Il successo arrivò nei primi anni ’60 con il brano “Non arrossire” e quattro partecipazioni al Festival di Sanremo. Con la canzone “Com’è bella la città”, del 1969, escono ancora più alla ribalta il suo impegno e la sua attenzione verso i problemi contemporanei e, dal 1970, inizia a dedicarsi quasi esclusivamente al teatro, dove invita gli spettatori a riflettere su varie tematiche sociali e diventa il “Signor G”. Tra i suoi capolavori si ricordano: “La Libertà” (1972), considerata il suo cavalo di battaglia, “Far finta di essere sani” (1972), “Polli d’allevamento” (1978) e “Un’idiozia conquistata a fatica” (1998).

Molti gli amici, colleghi, del fermento culturale della Milano di quegli anni: Enzo Jannacci, suo carissimo amico e compagno di tante avventure artistiche; Celentano, descritto da Gaber come ”un giovane pazzo”, con cui portò in giro i suoi primi spettacoli da chitarrista; Mogol, che gli procurò il contatto con la “Ricordi” per il primo disco: quattro canzoni in tutto, compresa “Ciao ti dirò”.

La sua vita è stata a Milano fino agli anni ’80, fino alla “Milano da bere“. Poi la campagna, la Toscana, dove ha scelto di morire. Gaber si spegne il 1° gennaio 2003 – poco prima di compiere 64 anni – a causa di un tumore ai polmoni. La camera ardente al teatro “Piccolo”, nel capoluogo meneghino, il funerale nell’Abbazia di Chiaravalle, dove si era sposato nel 1965 con Ombretta Colli (con la quale hanno avuto una figlia, Dalia). Il corpo è stato poi trasferito nella Cripta del Famedio, al cimitero Monumentale di Milano.

Poche settimane dopo la sua morte, esce postumo l’ultimo album a cui aveva lavorato con Sandro Luporini: “Io non mi sento italiano”.

La scomparsa di Giorgio Gaber colpì profondamente il mondo dello spettacolo, della cultura e della politica. Di lui disse il premio Nobel Dario Fo: “Un grande commediografo” oltre che ”un pessimista brutale ma mai opportunista anche se i politici non lo hanno mai amato perché li graffiava, anzi randellava.
Molti ricordano l’uomo di teatro, il monologatore, il cantante – aggiunge Fo – ma Gaber è stato un grande commediografo e questo viene ricordato poco”.

Gigi Proietti evidenziò quella che, secondo lui, era la caratteristica principale di Gaber e della sua arte: ”Si parla sempre di qualità e con Gaber se ne va uno che era tutto qualità, un uomo capace di fare scelte, non solo politiche, di gusto, stile e classe”.

L’allora presidente del Senato, Marcello Pera, amico storico di Gaber e della moglie Ombretta Colli, disse: ”Con la sua musica, la sua voce, la sua mimica, Giorgio Gaber ha accompagnato più generazioni di italiani e le ha educate allo spirito civile unito ad un senso di critica ironia. E’ stata una testimonianza alta di impegno e di passione”.

A cura di Vanessa Quinto – Foto Ansa

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