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PENSIONI CON QUOTA 102

Meloni e Salvini provano a ridimensionare la sconfitta. Il premier Draghi ha sempre messo in chiaro che l’azione dell’esecutivo non può essere condizionata dalle amministrative. Ma su pensioni e reddito di cittadinanza la manovra sarà all’insegna dei compromessi

Il centrodestra si lecca le ferite. La campagna elettorale “indegna di una democrazia”, i candidati civici scelti troppo in ritardo, l’astensionismo che “è una sconfitta per tutti”. Giorgia Meloni e Matteo Salvini provano a ridimensionare così la sconfitta nei ballottaggi, che sanciscono un 5 a 0 netto a favore del centrosinistra nelle grandi città, e una serie di conferme anche nei Comuni di medie di dimensioni, a partire da Varese e Latina – città “identitarie” per Lega e FdI – che restano a guida centrosinistra.

Cosa succede dopo i ballottaggi al governo Draghi
Una sconfitta “ma non una debacle”, dice tuttavia Meloni. Mentre Salvini addirittura rivendica che dopo i ballottaggi “abbiamo due sindaci in più”. Insomma, nessuna autocritica dai due leader “sovranisti” del centrodestra, che dopo essersi dati battaglia nella competizione interna si ritrovano con un centrosinistra galvanizzato e un centrodestra che dovrà riorganizzarsi, senza un leader. La sconfitta di Giorgia Meloni è stata però evidente: il candidato che aveva scelto nella sua Roma, Enrico Michetti, viene battuto con più di venti punti di distacco. Matteo Salvini aveva fatto la stessa esperienza nella sua Milano due settimane fa, addirittura al primo turno. Non un buon viatico per due leader che hanno l’obiettivo di governare l’Italia.

L’asticella dell’astensione si è fermata al 43,9% dei votanti. Un record negativo che colpisce in maniera trasversale, da Nord a Sud. A Torino, l’affluenza è stata del 42,13%, nuovo minino storico che ritocca il 48,08% del primo turno. A Roma, ha votato il 40,68% degli aventi diritto; al primo turno l’affluenza alle urne era stata del 48,54%.

Pensioni e reddito di cittadinanza: come cambiano gli equilibri
Mario Draghi ha sempre messo in chiaro che l’azione dell’esecutivo non può essere condizionata dalle elezioni amministrative. Ma a Palazzo Chigi avrebbero preferito un risultato meno squilibrato, scrive oggi Tommaso Ciriaco su Repubblica, ma dalle parti della Presidenza del Consiglio “si temeva uno scenario addirittura peggiore: una disfatta di Salvini accompagnata dalla vittoria di Meloni. Questo sì, sostengono, che avrebbe messo alla prova la tenuta della maggioranza. Non è finita in questo modo. E, forse non a caso, il leghista ha subito ridimensionato l’effetto della grave sconfitta”.

Lo schema attuale con una ampia maggioranza, con dentro anche la Lega, resterà tale almeno fino all’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Il motivo è che un sostegno ampio delle forze politiche consente a Draghi “di gestire i singoli dossier con flessibilità: una volta concedendo agli uni, una volta dando ragione agli altri. Preservando il suo profilo, evitandogli la condizione di dipendere soltanto da una maggioranza di centrosinistra. Questo si lega al secondo vantaggio di guidare un governo di unità nazionale: la possibilità di giocare una partita per il Colle. La strada non è in discesa, né il premier intende esporsi. Ma è chiaro che difficilmente potrebbe spuntarla, senza il sostegno della destra”.

In vista della manovra Draghi cerca di tenere assieme la coalizione finita inevitabilmente in frantumi dopo oltre un mese di campagna elettorale, e a novanta giorni circa dalla partita per il Quirinale, che dovrebbe vederlo protagonista. “Le prime indiscrezioni ufficiali che arrivano sulla manovra economica – scrive Ilario Lombardo sulla Stampa – sono il riflesso delle debolezze dei due partiti di maggioranza usciti sconfitti dal voto. E dei timori di Mario Draghi. Concedendo un compromesso sulle pensioni, con Quota 102, dunque nella direzione auspicata da Matteo Salvini, e sul reddito di cittadinanza, salvaguardando gran parte della formula voluta dai M5S, il presidente del Consiglio”.

Il voto di ieri pesa sugli equilibri del governo, i veti dei partiti si fanno sentire. “Negli ultimi giorni, tra Draghi, Franco e i loro collaboratori, si è molto discusso di pensioni, e di come superare Quota 100 senza scatenare le ire di Salvini. La fase transitoria che porterebbe la somma tra contributi e anagrafe a 102 durerebbe due anni ed è la mediazione che permette a Draghi di placare la fame di risultati del leghista – spiega il quotidiano torinese – I tecnici ci stanno lavorando ancora sopra per definire i dettagli finali e superare le ultime resistenze. Il costo delle coperture non è indifferente e l’idea non piace troppo al Pd. D’altronde appena ieri, proprio su questo giornale, l’ex ministro Elsa Fornero, arcinemica di Salvini e consulente di Draghi, aveva definito l’ipotesi di Quota 102 «un altro errore» da non compiere. Nella segreteria di Enrico Letta lo considerano un cedimento ai populisti, in contrasto con le indicazioni europee e neanche troppo velatamente vi intravedono un calcolo politico: Draghi non può permettersi di alienarsi la Lega, tanto più se in gioco c’è la sua nomina al Quirinale a fine gennaio-febbraio, quando avrà bisogno dei voti di tutti o quasi in Parlamento. Sempre che la sua candidatura prenda quota”.

Anche il Sole 24 Ore oggi rilancia Quota 102. Tra le opzioni messe sul tavolo dal Governo ci sarebbe anche quella di una transizione di due anni, che aprirebbe la strada a una sorta di Quota 102 in chiave selettiva. Con la possibilità di uscita anche con 64 anni d’età e 38 di contributi. Che potrebbe essere introdotta soprattutto per i lavoratori con il sistema “misto” (quelli in parte “retributivi”) visto che i ”contributivi” possono già utilizzare un canale di pensionamento anticipato con un minimo di 64 anni d’età, previsto dalla stessa legge Fornero. Un intervento che si potrebbe affiancare alla proroga dell’Ape sociale in forma “estesa” e di Opzione donna.

Saranno settimane di trattative. La Lega oggi si presenterà chiedendo la proroga di Quota 100, per un anno o due: è la vecchia proposta dell’ex sottosegretario all’Economia Durigon, prima delle dimissioni, che ne aveva calcolato i costi in “soli “300 milioni. A quel punto, in sintesi, il governo risponderà con un pacchetto di alternative, tra cui la mediazione di Quota 102 per due anni con l’idea di spezzare lo scalone che si verrà a creare tra la fine di Quota 100 (31 dicembre di quest’anno) e il ritorno brusco nel 2022 ai requisiti ordinari della legge Fornero, sempre rimasti in vigore: 67 anni per la vecchiaia e 42 anni e 10 mesi per l’anticipata (un anno in meno per le donne), a prescindere dall’età anagrafica.

Come cambierà il reddito di cittadinanza nel 2022
Il premier vuole mettere al riparo la manovra da 25 miliardi, e deve restare saldamente in equilibrio tra le esigenze di Lega e M5s. Non è un caso che abbia il premier ha lavorato di fino per non scontentare il M5S, blindando il Reddito di cittadinanza: resterà uguale ma, continua il quotidiano torinese – verrà introdotto il meccanismo del décalage per un terzo dei beneficiari, circa 1,2 milioni di italiani, i cosiddetti «occupabili», in grado cioè di essere reinseriti immediatamente nel mercato del lavoro: per loro è previsto che l’assegno cominci a calare dalla seconda offerta rifiutata in poi”.

Ma, come nota il quotidiano di Confindustria, passare dalla teoria ai fatti inserendo un décalage nel reddito di cittadinanza è molto complesso. Il meccanismo che riduce proporzionalmente l’importo del sussidio in caso di (ripetuta) mancata attivazione cambierebbe l’intera “condizionalità”, considerando che il percettore del sussidio deve accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue (una in caso di rinnovo), per non perdere il sussidio: “Ipotesi piuttosto remota, quella di arrivare a tre offerte congrue, soprattutto per molte realtà del Mezzogiorno.

Si potrebbe, dunque, rivedere il concetto di “congruità” dell’offerta di lavoro in senso restrittivo. Adesso nei primi dodici mesi è congrua un’offerta entro 100 Km dalla residenza del beneficiario (o entro 100 minuti con i mezzi di trasporto pubblici), se è la prima offerta, che diventano 250 km alla seconda offerta, ovunque nel territorio italiano alla terza offerta. Non solo. Deve anche esserci coerenza tra l’offerta di lavoro e le esperienze e competenze maturate dal percettore del Rdc. Si ragiona poi di rendere il calcolo dell’importo del Rdc più favorevole per i nuclei familiari con figli, oggi svantaggiati dal meccanismo della scala di equivalenza rispetto ai single”.

Se c’è un argomento che spacca la maggioranza è proprio il futuro del reddito di cittadinanza, percepito da 1,65 milioni di italiani per un costo complessivo di 8,3 miliardi. Il premier Mario Draghi avrebbe intenzione di vincolare ancor di più l’erogazione del sussidio all’ingresso nel mondo del lavoro, Italia Viva, Lega e Forza Italia si sarebbero rassegnate dopo mesi passati a chiedere di abolire in toto il sussidio.

Cambierà quindi il reddito di cittadinanza, poco ma sicuro. Ma come? Le indiscrezioni circolano da tempo. La correzione si dovrebbe articolare in ulteriori tre segmenti: correggere il sistema di calcolo per alzare gli assegni alle famiglie numerose e tagliare l’importo ai single; rivedere le soglie patrimoniali che oggi escludono un terzo delle famiglie povere e quelle economiche che penalizzano il Nord per il costo della vita; infine collegare Rdc e politiche attive, consentendo il cumulo temporaneo e a scalare con un reddito da lavoro.

Un’altra proposta di modifica, idea del ministro del Lavoro Andrea Orlando, sarebbe quella di legare il sussidio a corsi di formazione e riqualificazione professionale. Una fusione col reddito di emergenza è un’altra ipotesi, ma non è chiaro come potrebbe in concreto realizzarsi senza creare disomogeneità. Si discute però soprattutto sui requisiti di accesso al sussidio, alcuni considerati troppo stringenti, come l’obbligo di residenza di 10 anni per gli stranieri, l’assenza di differenziazione regionale, ma anche il moltiplicatore troppo basso per le famiglie numerose.

A cura di Elisabetta Turci – Foto Imagoeconomica

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