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PALAMARA E I DELFINI IN MAGISTRATURA

Uno tsunami senza precedenti sta travolgendo la magistratura italiana, quella parte di magistrati, magari piccola, che invece di osservare la legge, utilizza i propri strumenti di potere, per ribaltare la democrazia e i governi eletti liberamente dal popolo italiano. Dai fascicoli dell’indagine di Perugia e, più in particolare, dalla memoria delle chat di Luca Palamara, allora presidente di Anm, emergono dettagli inquietanti sulla deriva delle correnti (politiche) presenti in una conclamata parte magistratura. Non sono più, infatti, sintomo di pluralismo culturale e ideale deontologico, ma organi con i quali fare carriera, guadagnare posizioni o farne perdere agli avversari con i quali si concorre, per esempio, allo stesso incarico che sia una Procura o un posto al Ministero della Giustizia.

Venendo nel dettaglio specifico, tra le chat nelle quali si pianifica la promozione o la bocciatura dei colleghi, ecco che spuntano i messaggi più inquietanti: pur conscio della insostenibilità delle accuse mosse al Ministro dell’interno dell’epoca Matteo Salvini, in materia di gestione dei flussi migratori, Palamara difende la scelta dei colleghi siciliani perché: «Ha ragione lui, ma va attaccato (il Ministro n.d.r.)». A nulla possono valere le tardive e non spontanee scuse di Palamara al diretto interessato.

Ecco come ci si rovina in Italia e come si rischia seriamente di essere condannati anche dopo tanti anni di agonia senza aver commesso nessun reato e non basta perchè la certezza delle sentenze in alcuni tribunali sono telecomandate da uomini potenti.
Droghe, alcool, fumo, gioco d’azzardo, ormai non vengono quasi più perseguiti, mentre se un responsabile di produzione serio, viene travolto per colpa di alcuni amministratori, rischia non solo i processi, le spese spesso non sostenibili per arrivare in cassazione, ma la condanna ingiusta fino al punto che ti senti tradito, amareggiato, dove nel tuo domani quotidiano, non mancano anche incubi notturni e attacchi di panico.

Perchè lo scrivo? Beh! oggi di cosa dobbiamo avere vergogna quando soprattutto ci sentiamo dentro puliti e innocenti? Semplicemente perchè è capitato al diretto interessato. Condannato dopo 15 anni dalla Cassazione, sezione V, di Roma per essere stato in qualche modo, partecipe alla conduzione amministrativa di un’azienda poi nel tempo dichiarata fallita. FALSO, mai visto un bilancio, mai firmato un assegno, mai fatto interferenze amministrative, mai avuto un’azione societaria, ma solo la gestione produttiva delle lavorazioni come dipendente a tutti gli effetti con ore di straordinario mai pagate.

Lo scrivo a distanza di lustri perchè io sono solo uno dei tanti cittadini che si è trovato travolto da una immensa ingiustizia e lo descrive perchè non c’è più tempo dopo il caso Palamara, in gioco ci sono i nostri figli, la libertà, l’opinione, la difesa democratica, loro sono a rischio per l’azione politica e l’azione giudiziaria e vanno protetti.

Con quale spirito, mi chiedo, i cittadini possono guardare alla magistratura quando si ha la certezza che alcuni suoi esponenti non resistono alla tentazione di ostacolare l’azione politica e governativa con l’azione giudiziaria? Hanno o no i cittadini il diritto di sperare di essere giudicati da magistrati che non si lasciano condizionare dalle convinzioni politiche o ideologiche, o affaristiche? Non è un mistero che, grazie anche alla volontà mediatica dei giornalisti oggi silenti, ma di solito pronti a passare tutte le veline delle Procure, gli uffici del Pm siano nelle condizioni di determinare la vita politica, economica e istituzionale della Nazione anche solo con l’iscrizione di un soggetto nel registro degli indagati, indipendentemente dall’esito processuale della vicenda. Ciò che emerge dalle chat pubblicate dai giornali è un quadro sconcertante nel quale le correnti esistono solo a presidio del carrierismo più sfrenato.

I vertici di Anm sono decapitati per la seconda volta in un anno dagli stessi fatti portati alla ribalta dall’indagine della Procura di Perugia. Le logiche correntizie sono il sintomo più evidente di una crisi sistematica: come tutte le democrazie moderne, anche la nostra è fondata sul principio della separazione dei poteri. Allora, è necessario che tale principio torni ad essere rispettato, la magistratura non può fare politica nelle aule di giustizia, ribaltare sentenze né tantomeno, nei tanti uffici ministeriali dove è dislocato quel piccolo ma potente esercito rappresentato dai magistrati fuori ruolo.

Chi vuole impegnarsi in politica deve lasciare la propria toga perché non basta entrarci cambiando sede per garantire terzietà e imparzialità. Oggi, dunque e giunto il momento indispensabile dell’approvazione della legge sulla separazione delle carriere in magistratura, promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane e attualmente ferma alla prima commissione della Camera dei Deputati, della quale si deve pretendere l’accelerazione dell’iter legislativo. L’istituzione di due separati CSM sancirebbe l’indipendenza della magistratura giudicante da quella inquirente.

E sarebbe auspicabile una riforma dei magistrati fuori ruolo, considerato il terremoto che sta investendo Palamara e alcuni delfini, dove le dimissioni a catena di alcuni magistrati chiamati a ruoli dirigenziali al Ministero della Giustizia, meriterebbero qualche spiegazione, da parte del Ministro Bonafede che, probabilmente, impegnato com’era a salvare la sua poltrona, non si è neanche accorto di ciò che sta accadendo intorno a lui.

E se questa è giustizia, allora immagino che molte condanne siano frutto di come ci si svegli alla mattina, senza tenere conto delle conseguenze morali, psicologiche che ognuno di noi, prima o poi nella vita può subire ingiustamente e in modo incoerente.

Il Direttore editoriale Carlo Costantini – Fotolia

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