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I casi di epatite acuta infantile di origine sconosciuta segnalati inizialmente nel Regno Unito continuano ad aumentare. Sono almeno 169 quelli già confermati in 11 Paesi europei, con un decesso. A riferirlo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. La maggior parte dei casi è stata registrata in Europa, a eccezione di 9 confermati negli Stati Uniti e 12 in Israele.

Epatiti sospette: la situazione in Italia – Anche l’Italia ha i suoi primi casi di epatite «non A-non E», definizione utilizzata per specificare che le infiammazioni del fegato che stanno mettendo in allarme diversi Stati europei hanno colpito i primi pazienti anche nel nostro Paese. A confermarlo il ministero della Salute, che in una circolare inviata agli altri dicasteri, alle Regioni, alle società scientifiche interessate, a ospedali specializzati e istituti zooprofilattici ha riassunto quello che è stato possibile accertare nella prime due settimane di indagine condotta lungo lo Stivale. Al 22 aprile, si legge nel documento, sono 11 le segnalazioni che fanno riferimento a pazienti individuati in Abruzzo, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Sicilia, Toscana e Veneto.

In Italia già effettuato un trapianto di fegato – Andando a fondo con l’indagine epidemiologica, è stato possibile escludere uno di questi casi e accertarne due (entrambi i pazienti sono attualmente ricoverati all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo). Otto rimangono ancora in fase di valutazione, sebbene uno di quelli «possibili» (registrato in un adolescente con un’età superiore a 10 anni) abbia dovuto fare ricorso al trapianto di fegato. Non si tratta comunque del bambino di Prato ricoverato all’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma. Diverse Regioni – Campania, Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta, Calabria e Puglia – hanno comunicato invece di non avere al momento casi da segnalare. Mentre la positività al Sars-CoV-2 e all’adenovirus – sul quale sono puntate le attenzioni dei ricercatori britannici – è stata riscontrata per ora soltanto in due casi sospetti. Ciò nonostante, il ministero della Salute esclude qualsiasi legame con il vaccino anti Covid-19.

La definizione di caso – Oltre a riepilogare la situazione internazionale, la circolare fa chiarezza sulle definizioni di caso confermato e possibile. Nella prima categoria rientrano i bambini con meno di dieci anni che, non prima del primo gennaio, hanno manifestato una forma di epatite acuta (con test negativo ai virus dell’epatite A, B, C, D ed E) e con valori delle transaminasi superiori a 500. Di «possibile» caso si può parlare in relazione a ragazzi più grandi (11-16 anni), che presentano le stesse condizioni sopra indicate. Per «caso correlato sul piano epidemiologico» si intende invece quello che può riguardare un soggetto di qualsiasi età che presenta un’epatite acuta (con test negativo ai virus epatici A, B, C, D, E) dopo essere entrato a contatto stretto con un caso confermato. I pazienti al momento identificati hanno manifestato sintomi gastrointestinali – tra cui dolore addominale, diarrea e vomito – nelle settimane precedenti. Quasi sempre assente la febbre.

Le richieste ai medici e alle Regioni – Nel documento firmato dal direttore generale della Prevenzione Gianni Rezza vengono ribadite alcune raccomandazioni, come «dare massima diffusione tra i pediatri di libera scelta, i medici di base e le strutture di assistenza ospedaliera e territoriale, delle informazioni disponibili e aggiornate inerenti i suddetti casi» ed «effettuare un approfondimento epidemiologico e di laboratorio sui casi sospetti identificati, anche quando non pienamente rispondenti all’attuale definizione di caso, indagando per esempio su eventuali familiari sintomatici o nel proprio ambiente di vita».

Alle Regioni, invece, il ministero ha chiesto di segnalare ogni eventuale caso di epatite acuta che risponda ai criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. «In questa fase – è quanto messo nero su bianco nella circolare – si raccomanda di valutare ed eventualmente segnalare anche i casi parzialmente rispondenti alla definizione. Si raccomanda altresì di prevedere in ogni caso la conservazione dei campioni biologici per consentire ogni altro eventuale accertamento ritenuto necessario».

A cura di Elena Giulianelli – Foto Imagoeconomica

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