TOP Header adv (728×90)
TOP Header adv (728×90)

NEL MEZZO DEL CAMMIN DEL SOMMO POETA

Era il 10 marzo 1302, e il sommo poeta, Dante Alighieri veniva condannato con l’accusa di “baratteria”.
Evento che segnò nel profondo la sua vita, e da cui seppe rialzarsi per sublimarne il dolore, che lo portò a scrivere l’opera più importante della nostra storia letteraria: LA DIVINA COMMEDIA.

In quegli anni lo scenario politico e sociale nel quale si svolgevano le vicende di Firenze non era dei più distesi: immersi nelle lotte tra Guelfi e Ghibellini, che appoggiavano il governo imperiale, l’aristocrazia stava lentamente perdendo potere a favore di mercanti e rappresentanti di varie arti.
La fazione dei Guelfi internamente era divisa in due parti: i Bianchi, contrari agli interventi politici da parte di Roma, e dalla parte del popolo, e i Neri che invece parteggiavano per il Papa, appena salito al soglio pontificio, Bonifacio VIII.
Dante faceva parte della fazione bianca ma era osteggiato sia dai suoi compagni che dagli avversari: non stupisce quindi il triste epilogo della sua storia.

Mentre si trovava a Roma, Firenze venne presa con l’inganno da Carlo di Valois, appoggiato da Bonifacio VIII, che consegnò la città in mano ai Guelfi Neri.

Dante venne trattenuto nella città eterna, e processato per contumacia: lui stesso non avrebbe voluto presentarsi al processo farsa ai suoi danni neppure negli anni seguenti, per questo motivo gli vennero confiscati tutti i beni, e l’esilio divenne definitivo.

Mi piace, e mi intriga particolarmente indagare quale può essere stato per Dante il significato dell’esilio, la profondità e l’orgoglio per questo immenso dolore, che lo costrinsero a dire addio per sempre alla sua terra, e che lo portarono a interrogarsi, attraverso una umana sofferenza interiore, dalla quale nacque il suo più grande capolavoro: LA DIVINA COMMEDIA!
Sono molti i punti della sua opera in cui fa riferimento all’esilio: nel canto II dell’Inferno, riferendosi a papa Celestino V afferma “colui che fece per viltade il gran rifiuto”, e ancora nel canto XXI e XXII dell’Inferno, dove troviamo il riferimento al reato della “baratteria”, di cui fu accusato.

E’ interessante scoprire che, nel corso dell’opera, Dante arriva poi a trasformare in maniera positiva la sua posizione, affermando che il suo fu un autoesilio, vale a dire una scelta volontaria di espatriare, in quanto lui si sentiva gia’ escluso dalla società fiorentina, dominata ormai solo dalla logica del profitto.
E’ dunque questo un interessante spunto, che il sommo poeta ci offre, per meglio riflettere sul tema dell’esilio, che puo’, a un attento osservatore, apparire in una duplice veste: da un parte condizione negativa, dall’altra condizione naturale dell’uomo che lo rende cittadino del mondo.
Esilio è anzitutto perdita, e in questo caso significa innanzitutto la “perdita della patria”, che il bando dantesco ha comportato : e ancora di più si metaforizza nella perdita della “retta via” iniziale, in parallelo antitetico al cammino perduto di Ulisse.
Assieme ad Ulisse e al suo pubblico, Dante inizia una “peregrinatio” attraverso l’accostamento più o meno esplicito ad alcuni personaggi del mito, della storia, e della letteratura: classici, biblici e medievali.
Il raggiungimento del sommo bene, Dio, (ovvero la Città Celeste contro la Città terrena) anticipa il contrasto spazio- tempo della storia, e diventa di un’attualità sconvolgente anche ai giorni nostri, poichè ne permette il superamento, arrivando alla sublimazione del poema-sacro che traguarda l’”eternità”.

In una parola, esso assicura a Dante quella gloria poetica che gli ha permesso ai suoi e ai nostri occhi, di ricomporre la frattura storica, e la disgregazione esistenziale, prodotte dall’esilio.
Un capolavoro, appunto, ancor prima che della scrittura, della mente!

A cura di Sandra Vezzani – Foto Vimado

Articoli correlati

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *