E’arrivato a compimento il terzo atto del processo “Aemilia”, quello della Cassazione. Dopo sette anni da quel 28 gennaio 2015 quando le forze dell’ordine misero a soqquadro Brescello, in Provincia di Reggio Emilia, aprendo uno squarcio sul mondo della ’ndrangheta nella provincia di Reggio, in particolare, e nel nord Italia, più in generale. Furono 160 le persone arrestate, di cui 117 in Emilia Romagna.

La Corte di Cassazione ha ampiamente confermato le condanne decise della Corte di appello di Bologna nel maxi-processo di ‘ndrangheta “Aemilia” e così pure il quadro accusatorio della storica grande operazione contro le infiltrazioni e il radicamento della criminalità organizzata calabrese in Emilia Romagna, e precisamente della cosca dei Grande Aracri di Cutro, nel crotonese.

Il rito in Cassazione era iniziato il 21 di aprile: 87 imputati, 31 dei quali accusati di associazione mafiosa. Tra questi spiccano i nomi di Michele Bolognino, i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli, Gaetano Blasco, e tra gli emiliani, i reggiani Mirco Salsi, Silvano Vecchi e Omar Costi, oltre al costruttore modenese Augusto Bianchini.

In appello a Bologna le condanne erano state 92, mentre le assoluzioni 28. In Cassazione hanno fatto ricorso in 87, 31 dei quali accusati di associazione mafiosa. Tra gli imputati c’è anche il 49enne di Suzzara Salvatore Colacino, ora residente nel cremonese e condannato a 4 anni e mezzo per detenzione illegale di armi.

Tra i nomi di spicco ci sono quelli di Michele Bolognino, condannato in secondo grado a 21 anni e 3 mesi, Gaetano Blasco, condannato a 22 anni e 11 mesi, e Giuseppe Iaquinta, padre dell’ex calciatore della Nazionale Vincenzo. Per lui in appello la pena era stata ridotta a 13 anni. Tra i mantovani che hanno presentato appello c’è anche Antonio Rocca, 52 anni, manovale di Borgo Virgilio, condannato a 4 anni e 6 mesi per una compravendita di piastrelle nella quale era coinvolto anche Giuseppe Loprete, muratore 66enne di Pietole, che si era visto comminare una pena di 4 anni. Tra i ricorrenti, anche Pasquale Riillo, 56enne di Viadana, al quale era stata riconosciuta l’aggravante di associazione mafiosa. Per lui, condanna in secondo grado a 14 anni di reclusione.

Il sostituto procuratore generale Luigi Birritteri aveva, nella sua requisitoria “iniziale”, chiesto la dichiarazione di inammissibilità per la stragrande maggioranza dei ricorsi presentati: 63. Mentre per altri 13 è stata avanzata una domanda di rigetto.

A cura di Elena Mambelli – Foto Imagoeconomica

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