Sarebbe troppo facile parlare della “rivincita del normalizzatore“, ma dicendo così si commetterebbero due errori. Per prima cosa Stefano Pioli non è uomo che cerca né rivincite né vendette, troppo alto il suo profilo per scadere nella ripicca fin dai periodo di Bologna. E poi, quella definizione, “normalizzatore”, alla fine gli ha portato persino fortuna dimostrando che lui normalizzatore proprio non lo è. È un allenatore vincente, e adesso anche l’albo d’oro lo certifica pienamente. Perché se Maignan è stato strepitoso, Leao devastante come pochi e Tonali decisivo, Pioli è stato tutto questo assieme, e il voto nella pagella di fine anno non può che essere un 10 pieno.

Ha guidato dalla sua panchina la squadra due anni e mezzo fa, l’ha ridisegnata pezzo per pezzo, e dopo il lockdown il suo Milan è sbocciato, piantando stabilmente le tende nelle parti alte della classifica. Il secondo posto dello scorso anno e il tanto atteso ritorno in Champions sono state le basi da cui ripartire per fare l’ultimo gradino, quello sempre più difficile da fare. Ma con lui il Milan, del dopo Berlusconi, ce l’ha fatta, tornando campione d’Italia dopo 11 anni e tanta sofferenza.

Lavoro di testa e di campo, di intensi allenamenti, l’impegno di Pioli è stato si può dire trasversale e non ha tralasciato alcun dettaglio, come solo i grandi che allenano sanno fare e osarre. Ha dato fiducia a chi l’aveva persa, ha fatto crescere un gruppo di giovani talentuosi e diventati fortissimi, ha trasmesso calma nella tempesta e dato grinta nei momenti di flessione, ha tenuto la barra sempre dritta in una stagione lunga e faticosa, guida e punto di riferimento apprezzato da società e giocatori, un’unione perfetta con le idee di Paolo Maldini e Daniele Massara che sapevano di potergli affidare tanti diamanti grezzi su cui lavorare. E lo ha fatto sul campo, creando un sistema di gioco base (il 4-2-3-1) di cui però non è mai stato prigioniero, con una serie di trovate tattiche che hanno spiazzato squadre e allenatori avversari. Si è presentato a Napoli con un 4-1-4-1 mai visto prima, sfruttando Tonali come centrale basso e avanzando Bennacer e Kessié.

Lo stesso ivoriano è stato spesso utilizzato sulla linea dei trequartisti al posto di Diaz (la prima volta a Empoli) per non rinunciare a nessuno dei suoi tre centrocampisti, non dare riferimenti davanti e avere una linea coperta in fase difensiva.

Sul finale di stagione ha letto in Tonali le qualità per giocare più avanzato e far male con gli inserimenti da dietro. Ha capito che Kalulu poteva essere un ottimo centrale e con Tomori ha composto una delle coppie centrali più forti del campionato. Ha allargato gli esterni quando serviva, ha dato disciplina agli anarchici Hernandez e Leao, ha studiato come far fruttare le qualità con i piedi di Maignan.

I tifosi hanno imparato a conoscerlo a poco a poco, apprezzandone l’umanità e la professionalità, ma soprattutto osservando come partita dopo partita la squadra crescesse e maturasse sotto la sua guida attenta, atteggiamenti mai sopra le righe e sempre lucido nel capire cosa fare e come farlo.

Pioli is on fire” cantano a San Siro, 70 mila tifosi che intonano il coro tutto per lui prima delle partite. Era dai tempi di Carlo Ancelotti, di Arrigo Sacchi che un allenatore non era tanto amato dal popolo milanista. Lo chiamavano “il normalizzatore”, ha vinto il suo primo scudetto, meritatamente.

Il Direttore editoriale Carlo Costantini – Foto Lapresse

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