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LE BANCHE POPOLARI ITALIANE

Dopo che, nel 2015, l’allora Governo Renzi aveva emanato una Legge relativa alla trasformazioni delle Banche Popolari in SpA, qualora le medesime avessero superato la soglia degli 8 miliardi di utili; ad oggi la Legge è ferma a causa di numerosi ricorsi promossi da soci di diversi istituti e da alcune associazioni dei consumatori, relative proprio alla soglia degli 8 miliardi, oltre che dalle norme sul diritto di recesso.

Cinque anni sono nel frattempo trascorsi e proprio pochi giorni fa sulla questione si è pronunciata la Corte di Giustizia dell’UE, dando ragione ai termini della riforma, compatibile con le norme di diritto europeo, rimettendo quindi tutto nelle mani del Consiglio di Stato.

Ma torniamo indietro e vediamo cosa, di fatto, avrebbe cambiato la Legge, nata per salvaguardare l’intero sistema bancario da crisi anche di un solo istituto, che avrebbe potuto allargarsi a macchia d’olio, innescando problematiche gravissime per tutto il sistema bancario, come dimostrato in più occasioni in questi ultimi anni, con operazioni di salvataggio che hanno sollevato polveroni di grandissime proporzioni e ripercussioni a livello economico e politico, non sempre legittimi e giustificati e, come cavalcato da chi ne aveva aggio, non sempre a danno di azionisti e clienti.

La trasformazione delle Popolari in SpA serve infatti per cambiare un concetto fondamentale, ovvero il passare da “un azionista un voto” a quello “un voto per ogni azione”, considerando che nel caso della vecchia banca nessuno poteva detenere più dello 0,5% del capitale sociale, cosa ben diversa dalla normativa delle SpA.

Oltre alla soglia sugli utili, l’altro problema fondamentale è quello relativo al diritto di recesso, ovvero “le limitazioni ai rimborsi delle quote ai soci recedenti (limitazioni che possono consistere nella riduzione degli importi rimborsati e/o nel rinvio a tempo indeterminato del pagamento) implicano un sacrificio della libertà d’impresa e del diritto di proprietà garantiti dalla Carta, tuttavia, sono legittime purchè adeguate e proporzionate all’obiettivo di interesse generale, perseguito dal diritto dell’Unione, di garantire la stabilità del sistema bancario e finanziario e quindi strettamente necessarie ad assicurare alla banca i fondi propri sufficienti a contrastare un suo eventuale default”.

Ad oggi, stante la proroga dei termini sull’obbligo di trasformazione spostati al 31 dicembre prossimo, l’unica banca che ancora non si è trasformata è la Popolare di Sondrio, mentre la Popolare di Bari ha approvato la trasformazione lo scorso 30 giugno, proprio per poter essere SALVATA dal Mediocredito centrale ed evitare quindi il default; cosa che avrebbe creato certamente grossi danni innanzi tutto ai clienti, oltre che al totale degli azionisti.

Giusta o sbagliata, alla fine dei conti, una Legge che da cinque anni in qua ancora non si è del tutto trasformata in realtà? Davvero i clienti saranno, o potrebbero essere, gli unici a pagare anche in questo caso? Opinione personale, per quello che vale, è che troppo spesso siano i clienti a pagare le conseguenze di una mala gestione, ma nel caso, la mala gestione potrebbe essere messa in atto da soci che, nonostante la soglia dello 0,5%, abbiano in mano ben più di queste quote azionarie (le TESTE DI LEGNO vanno di gran moda nel nostro Paese), determinando di fatto il modo di gestire la banca e che, una volta messi in tasca proventi anche illeciti, decidano con la loro azione di recesso il default dell’istituto, mettendo, in questo modo veramente, a terra il resto degli inconsapevoli azionisti restanti ed i clienti.

Impossibile che questo succeda? Forse, come al solito, bisognerebbe andare più a fondo dei fallimenti di questi ultimi anni, scavare bene prima di distribuire colpe generalizzate e/o ad personam, per interessi che spesso sono ben più marcati e veritieri delle colpe distribuite per fini personali, politici e non; costruire ad arte prove di mala gestione, di colpevolezza, non è poi così difficile, così come non è mai difficile indirizzare l’opinione pubblica verso una strada ben precisa, bastano qualche giornale e qualche televisione, o sbaglio?

Il Direttore responsabile Maurizio Vigliani – Foto

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