“La vita felice” (Bertoni Editore, Chiugiana [PG] 2020, pp. 133, € 15,00) è l’opera prima del calabrese Pietro Versace.

Leggendo questo romanzo, si intuisce come l’autore abbia inserito nelle sue pagine tanto della propria vita, così che il volume pare quasi una autobiografia
La trama, sul sito ufficiale della casa editrice Bertoni ci racconta: “Bruxelles, 22 marzo 2016: Il primo flash su un incidente in area partenze, forse uno scoppio dovuto a cause da stabilire, balenò subito sugli schermi dei nostri cellulari. Da quel momento l’escalation fu rapidissima. Tre morti per un’esplosione. Numero di vittime imprecisato. Possibile attentato. Probabile matrice terroristica. Kamikaze esplosi fra i passeggeri».

Essere scampato, grazie a un ritardo, a una strage innesca una tormenta interiore che costringe il protagonista a dipanare il tumulto radicato nella propria storia, sull’onda del tempo che improvvisamente inizia a scorrere. È l’inizio di un cammino al buio, squarciato da lampi d’estasi, con una mano aggrappata a radici affondate in due secoli di storia familiare. Di metropoli in villaggio, la strada diventa il filo rosso che ricuce i brandelli sparsi di memoria al passato evocato. Compagne di viaggio, due donne, in un triangolo affettivo in precario equilibrio fra rincorsa e fuga. La guida di un anziano amico condurrà all’incontro decisivo”. Il protagonista, e io narrante, de “La vita felice”, è uno dei tanti giovani oggi più o meno quarantenni, parte di una generazione che è diventata matura nel tempo della “società liquida” illustrataci da Zygmunt Bauman.

In quarta di copertina si legge: “Le donne e gli uomini della nostra vita sono come i luoghi che scopriamo viaggiando. Tanto quelli lungamente attesi e immaginati, quanto quelli accidentali, figli di naufragi, la cui meraviglia induce a credere in qualcosa che vada oltre il caso, e che conduca al posto in cui fermarsi”.

L’autore, Pietro Paolo Versace, è nato nel 1981 in Calabria. Analista politico, si specializza nel campo energetico, stabilendosi per diversi anni all’ estero come consulente di settore. La sua storia, per certi versi, volutamente o no, rimanda a un topos ben noto della nostra letteratura: quello del giovane intellettuale di provincia, e del Sud in particolare, catapultato, un po’ per scelta e un po’ per necessità, nel mondo della grande metropoli. Un romanzo scorrevole e che cattura l’attenzione dei lettori. La storia ha inizio a Bruxelles, dove il narratore-protagonista vive la vita degli “expat”, la comunità internazionale che ruota attorno alle Istituzioni Europee. Dove l’aperitivo del mercoledì al mercato rionale è un’istituzione cittadina, come quello del giovedì a Place du Luxembourg, di fronte al Parlamento, apice settimanale della ruota mondana su cui correvamo i “criceti brussellesi”, che, se fortunati, concludevano la serata accoppiandosi con l’assistente di un europarlamentare e una volta rivestitisi si scambiavamo il biglietto da visita.
Versace sa essere intimo e profondo fino alla commozione, ironico da strappar più di un sorriso a denti stretti, assolutamente colto nel farcire il testo con riferimenti mai scontati, in materia di citazioni letterarie, cinematografiche e artistiche.

Una frase che mi ha particolarmente colpito è: “Mi sono imbattuto in Maya su un sito di incontri online. Cercavamo cose diverse: io il sesso, lei l’amore. Ma entrambi li volevamo a domicilio“. Quasi a riassumere buona parte della società attuale in poche parole.
La società moderna spinge spesso le persone a credere che la vita sia incompleta senza una relazione romantica. Ci viene detto che l’amore romantico è la chiave della felicità e del successo nella vita, e che non avremo una vita completa senza un partner. Questo messaggio viene trasmesso attraverso i media, la cultura popolare e l’ambiente sociale in cui viviamo, e può portare molte persone a sentire che essere single sia sbagliato o inadeguato. In molte culture, alle donne viene insegnato che il loro valore è legato alla loro capacità di attrarre e mantenere un partner maschile, e che non avere un partner può essere un segno di fallimento o inadeguatezza. Anche per gli uomini, la pressione per avere una relazione romantica può essere forte, con la società che promuove l’idea che gli uomini siano incompleti o meno mascolini senza una compagna.

Questa cultura del romanticismo può portare molte persone a cercare una relazione sentimentale a qualsiasi costo, anche se non sono realmente interessati o non sono pronti per impegnarsi in un rapporto. Può anche portare molte persone a giudicare coloro che scelgono di essere single, assumendo che siano incapaci di trovare un partner o che ci sia qualcosa di sbagliato in loro. Molti possono sentirsi emarginati dalla società se non hanno interesse per le relazioni romantiche. Questo può essere particolarmente vero per le persone che si identificano come aromantiche o che hanno una bassa libido, che possono sentirsi come se non ci fosse un posto per loro nella società, o come se non fossero in grado di soddisfare le aspettative degli altri riguardo alla vita romantica.

Tuttavia, è importante capire che non c’è nulla di sbagliato nell’avere poco interesse per le relazioni. L’interesse romantico è una cosa molto personale e non dovrebbe essere preso come indicatore della qualità o del valore di un individuo.Non essere interessati a questi rapporti non significa che una persona non sia in grado di amare o che non sia interessata a trovare amore e connessione in altre forme.

Al libro “La vita felice”, non manca niente per diventare un best seller internazionale. Un testo mai banale, scorrevole, appassionante. Capace di cambiare di ritmo senza mai sterzare in modo brusco, accompagnando i passaggi da storia a flashback in modo armonioso.
Con la profondità tipica di chi sa riflettere, ma soprattutto ascoltare. Il libro, la cui prima edizione risale al maggio 2020, è interessante e, soprattutto, emozionante. Le parole sono calibrate, il ritmo adoperato non lo rende mai noioso. Un’auto analisi senza censura alcuna. Uno di quei volumi che maneggi con praticità sotto l’ombrellone e che divori in poco tempo poiché ti lasciano un sorriso dolce amaro e tante altre espressioni durante la lettura dei vari ‘capitoli’.

Ho davvero apprezzato questo romanzo, scorrevole ma denso di contenuti.
Non è mai facile raccontarsi, eppure l’autore sceglie la prima persona per veicolare con trasparenza, ironia e sorprendente raffinatezza emozioni e sentimenti sinceri, trasferendoli su carta senza eccessivi filtri.
Pietro Versace, propone interrogativi personali, e quindi, in buona sostanza, rende ogni singolo lettore parte attiva del processo di analisi e miglioramento interiore. Appena giunti all’ ultima pagina si è tentati di rileggerlo nuovamente. È un coinvolgente diario di viaggio, (fisico e sentimentale), scandito da note e parole dei maestri del rock e da puntuali riferimenti letterari e artistici, emerge infatti uno splendido ritratto di un periodo emozionalmente ed intenso per l’autore, al termine del quale egli impara a conoscersi e ad accettarsi. Alcuni dei lettori – attraverso questo volume – potrebbero
correre il rischio” di cambiare le loro prospettive, dover riflettere, e magari diventare persone maggiormente consapevoli di tutto ciò che il loro cuore, giorno dopo giorno, realmente vive, talora con gioia, talora con enorme dispiacere.
Anche se, molto spesso, una maggiore consapevolezza porta a quel processo di disillusione e disincanto, percepito da alcuni come semplice assenza di entusiasmo e di innamoramento, da altri, invece, come strumento d’accesso ad un percorso di maturità e di crescita personale. A tratti, qualcuno potrebbe persino provare un pizzico di invidia per la vita del protagonista.

Il mio augurio è che, dopo “La vita felice”, l’autore non si faccia attendere a lungo e ci delizi di un nuovo libro dalla trama originale e accattivante come il primo.

A cura di Ilaria Solazzo – Foto Redazione

Redazione IL POPOLANO

La Cesenate

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