Martedì 28 gennaio 1986, sono le 11.38 del mattino e su una delle rampe di lancio del Kennedy Space Center tutto è finalmente pronto per la partenza dello Shuttle Challanger, dopo diversi rinvii rispetto alla data prevista inizialmente, il 22 gennaio, poi spostata per motivi diversi di giorno in giorno, sino appunto alla scelta finale del 28.

Per il Challanger è la decima missione nello spazio, dopo il viaggio inaugurale, il 4 aprile 1983, caratterizzato dalla prima camminata nello spazio durante le missioni dello Shuttle.

C’è tantissima attesa per la missione, la prima che vede una civile andare in orbita, un’insegnante che impartirà alcune lezioni direttamente dallo spazio; Christa McAuliffe terrà una lezione di scienze in quello che è stato denominato il progetto Teacher in Space.
Sulle tribune del Kennedy Center sono presenti i genitori, gli allievi ed alcuni amici dell’insegnante, sposata e mamma di due figli.

Il resto dell’equipaggio è formato dal Comandante Dick Scobee, alla sua seconda missione sul Challanger; il pilota Michael John Smith, al suo primo volo; Judith Resnik, specialista di missione, la seconda donna americana ad essere andata nello spazio; Ellison Onizuka, anche lui specialista di missione, anche lui aveva già volato con lo Shuttle Discovery; Ronald McNair, altro specialista di missione ed anche lui alla seconda missione; Gregory Jarvis, specialista del carico, come appunto Christa McAuliffe.

Nei giorni del lancio, il tempo non era quello adatto ed anche la sera prima della partenza, alcuni ingegneri tentarono invano di impedirla, evidenziando problemi alle guarnizioni che dovevano sigillare i segmenti del razzo contenenti il propellente solido usato per il lancio; le temperature notturne, scese fin sotto lo zero avrebbero, secondo loro, creato danni tali dal poter causare l’esplosione del vettore.

Nonostante tutto, la NASA decise che lo Shuttle sarebbe partito e così fu; la partenza avvenne senza apparenti problemi ma dopo settantatre secondi, dopo una brevissima comunicazione del comandante, che probabilmente aveva notato un’anomalia, avvenne un’esplosione che avvolse lo Shuttle in una palla di fuoco, mentre l’orrore si impadroniva di chi stava seguendo, a terra o davanti alla televisione, le drammatiche immagini!

Immediatamente si pensò alla morte istantanea dei cosmonauti, cosa purtroppo smentita dalle successive indagini, che dimostrarono come già negli ultimi secondi prima della partenza si manifestò il problema temuto e sottolineato, questo però non determinò nulla sino a quando, nella fase di maggior spinta per l’entrata in orbita, ci fu il cedimento della struttura dei serbatoi, con le relative conseguenze.

L’esplosione in realtà non creò conseguenze alla capsula di pilotaggio che rimase integra e prese a precipitare in mare, cosa che avvenne ad un elevata velocità e con una decelerazione al momento dell’impatto con l’acqua di oltre 200 G; certamente alcuni astronauti sopravvissero all’esplosione, come certificato dall’attivazione delle riserve di ossigeno dei caschi, attivabili in caso di emergenza, mentre fu il terribile impatto con la superficie marina a determinare la morte di coloro che ancora erano in vita.
Quando la cabina fu recuperata, i resti riconoscibili vennero restituiti alle famiglie; Dick Scobee e Michael Smith furono sepolti nel cimitero nazionale di Arlington, mentre per gli altri la sepoltura avvenne nel memoriale dello Space Shuttle Challanger, sempre ad Arlington.

Quella del Challanger fu una tragedia evitabile, avvenuta per difetti di progettazione e di superficialità che emersero chiari durante l’inchiesta; il freddo fu poi elemento determinante per innescare ed amplificare le carenze di alcuni elementi che cedettero determinando l’esplosione.
L’incidente rallenta fortemente il progetto Shuttle, che necessita di modifiche sia nei materiali che nei protocolli di lancio e di volo, oltre ad una preparazione maggiormente approfondita sia da parte dei tecnici che dell’intera filiera del progetto.

Quella del Challanger non fu la sola tragedia capitata agli Shuttle, dato che il 1 febbraio 2003 avvenne l’esplosione del Columbia, in fase di rientro nell’atmosfera, a causa del distacco di alcuni pannelli per l’impatto con un pezzo di schiuma staccatosi dal serbatoio esterno, che causò una profonda ammaccatura sull’ala sinistra della navicella.
Anche in quella occasione i sette astronauti morirono, provocando la definitiva sospensione del progetto dello Shuttle.

Il Direttore responsabile Maurizio Vigliani – Foto Getty Image

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui