“Non sono un pazzo: non mi piace pagare. È una rinunzia alla mia dignità d’imprenditore.” Parole di Libero Grassi intervistato da Michele Santoro pochi mesi prima di essere ucciso da Cosa Nostra.

Il nostro ricordo a trent’anni dalla morte. Libero Grassi, nato a Catania il 19 luglio 1924, è divenuto simbolo della lotta alla criminalità organizzata. Il 29 agosto 1991 l’imprenditore siciliano fu assassinato a Palermo perché si era opposto alla richiesta di pizzo da parte del clan Madonia, denunciando il ricatto sulla stampa e in Tv. Dopo la sua morte nacque un nuovo tipo di eroe fatto di uomini e donne normali, il cui rigore morale e individuale divenne punto di riferimento cuiaffidare la difesa del bene comune.

La mafia uccise l’imprenditore Libero Grassi, in seguito alla pubblicazione di una sua lettera sul Giornale di Sicilia in cui scriveva che non avrebbe mai pagato il pizzo. Fu considerato un “cattivo esempio” per gli altri commercianti. Morì da solo, alle 7.30 del mattino, senza la solidarietà dei colleghi e abbandonato dalle Istituzioni.

Una presa di posizione “troppo coraggiosa” per alcuni e che costerà a Grassi – oltre alla vita – anche un forte isolamento da parte, per esempio, del presidente degli industriali di Palermo che in una trasmissione radiofonica lo accusò di soffrire di manie di persecuzione e chiarì di non essere dalla sua parte. Dopo la pubblicazione della lettera, i riflettori dei media si accesero su di lui e sulla sua azienda tessile e la famiglia fu messa sotto la protezione della polizia. Una battaglia combattuta da solo.

Libero di nome e, di fatto, un uomo, un imprenditore, contro la mafia e il racket del pizzo, nel 1991. La sua umile guerra fredda fu fermata da quattrocolpi di pistola che lo uccisero mentre, come ogni mattina, si stava recando verso la sua auto per andare in fabbrica, senza la scorta personale che aveva rifiutato. La vedova Pina Maisano Grassi, nonostante minacce e intimidazioni, proseguì fino alla fine la lotta per la legalità in nome del marito, all’interno delle istituzioni e al fianco della società civile in sostegno delle tante associazioni anti-racket sorte dal 1991 in Sicilia e nel resto d’Italia.

Nell’ottobre del 1991 fu arrestato il killer Salvatore Madonia, detto Salvino, figlio del boss di Resuttana, e il complice che si trovava alla guida della macchina Marco Favaloro che in seguito, diventato “collaboratore di giustizia”, ha contribuito alla ricostruzione dell’agguato. Madonia è stato condannato in via definitiva al 41-bis, e con lui l’intera Cupola di Cosa Nostra con sentenza del 18 aprile 2008.

Il vice Direttore Ugo Vandelli – Foto Imagoeconomica 

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