A fine 2020 la Brexit sarà realtà, sta dunque finendo la fase così detta “transitoria”, quella in cui si sta faticosamente tentando un accordo che mantenga amichevoli i rapporti commerciali tra l’Unione Europea e la Gran Bretagna, o almeno la parte di essa che fa capo all’Inghilterra.

Anche nell’ultimo fine settimana c’è stato un incontro tra i negoziatori, come sempre difficile dato che gli scogli sono tanti ed al momento insormontabili, visto che gli inglesi si sentono in diritto di far valere ragioni nei confronti delle quali non ritengono esistano margini di contrattazione.
Certo anche l’UE di scendere a patti mostra una volontà che ritiene non debba ledere i propri interessi, finendo così in un muro contro muro che dà poche speranze di trovare un accordo sostanziale e sostanzioso, che impedisca disparità tra le parti che andrebbero a creare conflitti poi difficilmente risolvibili amichevolmente.

La pesca è diventata uno degli argomenti di maggior scontro, considerando le regole europee e quello che invece vuole la parte britannica; che si fa forte degli accordi tra Europa e Norvegia, altro Paese fuori dall’UE, ritenendo congrue le regole del caso. Ma l’argomento merita qualche spiegazione maggiore per comprendere effettivamente il punto.
Per i Paese dell’UE, i pescherecci hanno accesso nelle acque altrui sino al limite delle 12 miglia, mentre rispetto alla Norvegia il limite è di 200 miglia; ora la GB chiede le medesime condizioni, anche perché oggi ben il 60% del pesce pescato nell’area tra le due diverse distanze finisce nelle reti straniere, le cui flotte avrebbero quindi gravi danni da un divieto di tale portata.

Altro motivo di discussione sono naturalmente gli “aiuti di Stato” e le attuali severe regole europee in merito, che potrebbero essere invece superate dagli inglesi nei confronti delle loro aziende, creando così una forte disparità e vantaggi di non poco conto a livello di concorrenza commerciale.
Discorso non troppo distante è quello sull’inquinamento, visti gli standard ambientali applicati in Europa, così come sono in primo piano le questioni riguardanti il diritto del lavoro e la trasparenza fiscale, relativamente alle quali c’è una distanza considerevole di vedute, anche in riferimento a come derimere eventuali questioni che possano sorgere quando la Brexit sarà ormai entrate effettivamente in vigore.

Tanti argomenti e tante discussioni che non hanno portato ad un accordo, forse perché sono troppi i motivi del contendere, certo anche perché nessuno vuole cedere di un passo, venire meno a quelli che ritiene diritti consolidati ed il fine anno è ormai alle porte, momento in cui le parole staranno a zero ed i fatti diventeranno realtà inequivocabile.
Cosa succederà poi è tutto da vedere, anche se da parte britannica si ritiene di poter crescere economicamente in qualunque caso; d’altra parte questo è quanto è stato “venduto” dalla politica ai cittadini, che poi la promessa venga mantenuta è al momento una pagina bianca su cui il futuro è da scrivere, anche se bisogna considerare come la volontà del popolo si sia espressa in ben due referendum il cui esito è stato inequivocabile.

Il Direttore responsabile Maurizio Vigliani – Foto Imagoeconomica

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