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LA BANDA DELLA UNO BIANCA

I fratelli Savi, la Uno bianca e la morte del povero Mirri, gestore del distributore di carburante a Cesena. Le paure, le tensioni e come si è arrivati agli arresti. 

Un’altra brutta pagina italiana con attori principali dei poliziotti-criminali. Chiamata la banda della Uno bianca, era un’organizzazione criminale operante in Italia, in particolare nella regione Emilia Romagna, che tra il 1987 e il 1994 commise 103 crimini, soprattutto rapine a mano armata, provocando la morte di 24 persone e il ferimento di altre 102.

Il nome deriva dal modello di automobile, la Fiat Uno, utilizzata nelle loro azioni criminali perché piuttosto facile da rubare e di difficile identificazione data l’estrema diffusione in quel periodo. La maggior parte degli elementi la banda armata erano membri della polizia di Stato con tendenze di estrema destra.

I componenti della banda sono stati tutti arrestati a fine 1994.
I processi sono terminati ai primi di marzo del 1996 con la condanna all’ergastolo per i tre fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi e per Marino Occhipinti; 28 anni di carcere per Pietro Gugliotta diminuiti poi a 18; Luca Vallicelli, elemento minore della banda, patteggiò una pena di 3 anni e 8 mesi; fu inoltre stabilito che lo Stato italiano versasse ai parenti delle 24 vittime la somma complessiva di 19 miliardi di lire.

Il 19 giugno 1991 fu barbaramente ucciso a Cesena – davanti agli occhi impietriti della moglie – durante una rapina nel suo distributore Esso di viale Marconi Graziano Mirri, benzinaio e padre di un poliziotto. Ricordo di avere udito chiaramente gli spari e di essermi recato sul luogo del crimine che distava poche decine di metri dalla mia abitazione. Il 15 luglio 1991 fui trasferito a domanda dal CAPS al Commissariato di Cesena. Unitamente al dirigente – per competenza territoriale – affiancai il pool di specialisti inviati da Roma, nelle indagini legate alla banda della Uno bianca.
Il giorno stesso del mio insediamento ebbi il cosiddetto battesimo del fuoco, infatti, nelle prime ore del pomeriggio la banda fece una rapina all’ufficio postale di via Fratelli Spazzoli a Cesena, usando come minaccia anche una tanica di benzina. Con la stessa diedero alle fiamme l’auto usata per il crimine a Case Finali.

Il 18 agosto 1991 furono uccisi in un agguato a San Mauro Mare due operai senegalesi, mentre un terzo fu ferito. L’aggressione non fu a scopo di rapina, o dovuta alla volontà di eliminare i testimoni di un reato, ma era motivata dalle convinzioni razziste dei membri della banda. Poco dopo il duplice omicidio, l’auto della banda tagliò la strada a una Fiat Ritmo con a bordo alcuni giovani, che inveirono contro il guidatore della Uno bianca per la manovra azzardata. Dall’auto della banda furono esplosi alcuni colpi di arma da fuoco contro le persone a bordo della Ritmo, che fortunatamente rimasero illese.

Il 10 agosto 1992 ancora una tentata rapina al Credito Romagnolo di viale Oberdan a Cesena nella quale un cassiere rimase gravemente ferito. Dopo otto anni di terrore e di sangue tra l’Emilia Romagna e le Marche, ecco presentarsi la svolta decisiva. Mentre continuavano a ritmi incessanti i raid criminali della banda della Uno bianca (tredici rapine in istituti bancari e tre omicidi tra il 1992 e il 1994), grazie al capillare e costante lavoro di due poliziotti della questura di Rimini, ecco profilarsi all’orizzonte una soluzione incredibile e quanto mai inaspettata.

Il 3 novembre 1994 Fabio Savi, l’unico non appartenente alle forze dell’ordine, eseguì un sopralluogo presso una banca a Santa Giustina nel riminese. Davanti alla stessa si trovavano appostati i due poliziotti che seguivano costantemente le indagini e le tracce lasciate dai killer. Savi giunse sul posto con una Fiat Tipo bianca, che però esibiva una targa irriconoscibile per la sporcizia. Ciò destò la curiosità degli investigatori che confrontando la fisionomia del conducente con quella dei filmati ripresi nelle banche rapinate, in particolare in quella della Banca Popolare di viale Marconi a Cesena, ne riscontrarono una vaga somiglianza e pertanto decisero di pedinarlo. Fabio Savi li condusse presso la propria abitazione a Torriana di Rimini. Da quel momento le indagini subirono uno sviluppo sempre più nitido e crescente, fino a evidenziare le responsabilità dei criminali in divisa, che iniziarono con l’arresto di Roberto Savi e di tutta la banda della Uno bianca. 

Il vice Direttore Ugo Vandelli – Foto Vittorio Calbucci

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