Sue immagini sono andate a fuoco per le strade e in tv, il popolo iraniano ha gridato e continua a invocare la sua morte politica e spirituale. Eppure, l’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran, non arretra di un centimetro e promette di intensificare la repressione degli iraniani che, a mani nude, continuano a scendere per le strade delle principali città per quella che qualcuno ha già chiamato rivoluzione, la più importante dalla costituzione della Repubblica nel 1979.

Il grande paese del Medioriente è attraversato in lungo e in largo da migliaia di manifestanti: donne, uomini, adolescenti, che chiedono riforme strutturali economiche e sociali e sistematicamente vengono picchiati e arrestati: in 19000 o forse più sono nelle carceri sparse nel paese e 519, secondo Hrana (agenzia per i diritti umani) hanno perso la vita nella violenta repressione ordinata dal clero ai Pasdaran, le Guardie della rivoluzione incaricate di mantenere l’ordine e lo status quo, mentre il paese dopo 4 mesi si sveglia ancora con i suoi figli mandati a morte. Eppure per il leader sciita quelle sono “poche persone radunate nelle strade, che hanno gridato e dato fuoco a cassonetti con il solo obiettivo di distruggere i punti forti del sistema e fermare la produzione e il turismo in Iran”, ha affermato in occasione dell’anniversario della rivolta nel 1978 degli abitanti di Qom, riportato dalla tv di Stato.

A cura di Stefano Severini – Foto Imagoeconomica

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