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IL TROMBETTISTA PAOLO FRESU

Prima Parte.

IL TROMBETTISTA PAOLO FRESU E IL JAZZ IN ITALIA.

In Italia vi sono ottimi musicisti che suonano Musica Jazz.
Grande capacità di interpretazione e di bravura, vanno sicuramente a determinare un grande pregio, quello della musica con l’M maiuscola.
Non solo oggi, ma ritornando indietro nel tempo, vi sono stati altri musicisti che suonavano questo genere musicale proveniente dagli Stati Uniti, musicisti che suonavano nell’orchestra della RAI, l’Orchestra Ritmica Leggera.

Mi ricordo il trombettista Valdambrini, il sassofonista tenore Gianni Basso, poi il contrabbassista Azzolini, il batterista Gianni Cazzola, il clarinettista Gianni Santjust, questi negli anni Sessanta e primi anni Settanta fondarono il primo gruppo di Jazz italiano, chiamandolo Sestetto Italiano, per poi col tempo chiamarsi il Basso, Valdambrini Quintet, il debutto del gruppo avvenne a Milano in un locale che si chiamava, La Taverna Messicana.
Ma vi furono tanti altri, tra questi Cosimo di Ceglie e Nunzio Rotondo, il Batterista Gil Cuppini.
Il Jazz in Italia non ha mai avuto fortuna, perché negli anni Trenta e Quaranta durante la Seconda Guerra Mondiale fu osteggiato dalle ideologie fasciste, al Duce non piaceva il genere musicale e addirittura, faceva cambiare il titolo di un brano scrivendolo in Italiano, ad esempio varie canzoni cantate e suonate dal trombettista Louis Armstrong, ci andarono di mezzo, e fecero questa fine.

La Musica Jazz in Italia si comincia ad ascoltarla durante il primo conflitto della Prima Guerra Mondiale, per mezzo della mediazione dell’esercito statunitense.
Va inoltre ricordato che nel 1918 si esibisce a Roma la nota orchestra del celebre musicista Jim Europe.
Pionieri del genere sono musicisti italiani che hanno fatto esperienza all’estero, come Arturo Agari “Mirador” (1890-1968), un batterista milanese rientrato dall’Inghilterra subito dopo la grande guerra per costituire la sua Syncopated Orchestra.

Sempre a Milano nel 1920 il sassofonista Carlo Benzi fonda la Ambasador’s Jazz Band. Strumentisti che operano agli albori della Musica Jazz in Italia sono inoltre il pianista Gaetano “Miletto” Nervetti (1897-1980) e il violinista Cesare Galli (1908-1995), di area milanese insieme al chitarrista Vittorio Spina, attivo a Roma. Ma è l’orchestra di Pippo Barzizza (1902-1994) che merita di essere considerata a pieno titolo l’artefice della conoscenza dello stile swing, mentre il protagonista della Swing Era in Italia, a metà degli anni Trenta, è Gorni Kramer (1913-1995), fisarmonicista e compositore che riunisce intorno a se’ i migliori professionisti del settore, tra i quali l’arrangiatore Franco Majoli, il pianista Alberto Semprini (a sua volta a capo di una vasta orchestra “ritmodinfonica”), il trombettista Baldo Panfili e Natale Petruzzelli, il trombonista Clinio Bergamini, il chitarrista Armando Camera, il batterista Pippo Starnazza (nome d’arte di Luigi Redaelli), i cantanti Alberto Rabagliati e Natalino Otto (nome d’arte di Natale Codognotto).

Durante il secondo conflitto della Seconda Guerra Mondiale, al Regime non piace la Musica Jazz. Il governo fascista, in particolare dopo l’ingresso dell’Italia nella guerra, tollera malvolentieri questo tipo di musica, arginandone attività e diffusione, anche se una modesta discografia riesce ad essere realizzata. Ne consegue che dal 1945 il Jazz italiano si riprende lo spazio negantogli, organizzandosi anche dal punto di vista critico e divulgativo: se già alla fine degli anni Trenta esponenti della musica “colta” come Alfredo Casella e Massimo Milla gli avevano dedicato attenzione e Giancarlo Testoni e Ezio Levi avevano dato alle stampe un primo libro dedicato al jazz, nel 1938, è proprio nell’agosto 1945 che il medesimo Testoni fonda a Milano la prima rivista – Musica Jazz, che nel 1965 sarà diretta da Arrigo Polillo (1919-1984), vero caposcuola della critica jazz in Italia. Si deve ad una felice intuizione del trombettista, contrabbassista ed arrangiatore Roberto Nicolosi (1914 -1989) la prima collana di dischi dedicata alla Musica Jazz in Italia, dal titolo Jazzisti italiani, e la prima trasmissione radiofonica specializzata, La Galleria del Jazz, anche’essa iniziata nell’estate del 1945.

La Federazione Italiana del Jazz nasce nel 1947 dal Centro Studi del Jazz, fondato nel 1945, tra gli altri, da Polillo. Si organizzavano festival e rassegne che ospitano i più grandi jazzisti americani: tra essi ricopre un ruolo di primo piano il trombettista Louis Armstrong, che già nel gennaio del 1935 aveva tenuto due concerti a Torino e che nell’autunno del 1949 ha l’opportunità di condurre una tournée nelle principali città italiane. Nella seconda metà degli anni Quaranta la scena è dominata da jazzisti di nuova generazione, come il chitarrista Franco Cerri, il batterista Gilberto “Gil” Cuppini, il tenorsasdofonista Eraldo Volonté e Francesco Ferrari, fondatore e direttore dell’Orchestra di Ritmi Moderni, dal 1944 per oltre dieci anni l’unica grande formazione specializzata della Radio Italiana, poi divenuta con l’avvento della televisione nel 1954, l’Orchestra Ritmica di Musica Leggera della Radio Televisione Italiana – RAI.

Un’altro noto personaggi è Adriano Mazzoletti nato a Genova il 19 giugno del 1935, giovanissimo si appassiona alla Musica Jazz e fonda una formazione jazzistica. Negli anni Cinquanta Mazzoletti si trasferisce a Perugia dove organizza alcuni concerti fra i quali quello del trombettista Louis Armstrong nel 1955 al Teatro Morlacchi, sempre nella città umbra fonda un jazz club da cui poi nascerà la grande manifestazione musicale, Umbria Jazz.

Mazzoletti nel 1957 si trasferì a Roma per diventare vicepresidente del jazz locale e nel 1959 inizia a collaborare con la RAI, occupandosi della filodiffusione. In RAI lavora come Free-Lance facendo l’autore di alcuni programmi. Mazzoletti debutta con il programma La Coppa del Jazz nel 1960, cui seguirà L’Angolo del Jazz tre anni dopo, nel 1963, Rotocalco Musicale del 1964, programmi presentati insieme a Luigi Grillo. La Musica Jazz è la sua passione, nonché il suo oggetto di studio: nel corso degli anni Mazzoletti riesce a recuperare moltissime incisione di questo genere, suonato da vari musicisti italiani, degli anni 1910, 1920 e 1930, costruendo un vero e proprio archivio sonoro che gli consente di pubblicare, qualche anno dopo una serie, dal titolo, Quarant’anni di Jazz in Italia, il primo di una serie di volumi sulla Storia del Jazz Italiano, che vince nello stesso anno il Premio della Critica Discografica.

Inoltre nel 1960 e fra gli autori di un’altra opera libraria, il Dizionario del Jazz, di cui cura particolarmente l’appendice discografica.
Giornalista professionista dal 1964, Mazzoletti produce programmi televisivi e radiofonici, tra i quali, Ballate Con Noi, Ritmi e Canzoni, Musica Sotto le Stelle, Gli Amici della Domenica, Mina in Concerto, Canzoni in Europa, Storie del Jazz e per la radio diffusione, il programma Radio Anch’io.

Nel 1975, anno della riforma della RAI, diventa vice-direttore dei programmi radio, e nel 1976 presenta un programma dal titolo, Stanotte Stamane. Sono oltre cento le trasmissioni ideate e condotte da Mazzoletti, fra le ultime Jazz Oggi, La Storia del Jazz, Stasera Via Asiago N°10, spettacolo radiofonico in diretta dalla sala B di Via Asiago con cantanti, orchestre e conduttori, programma andato il onda fino al 1999.
Direttore artistico di vari Festival Jazz e della rivista Blue Jazz, Mazzoletti ha pubblicato vari testi sulla Musica Jazz, fra cui 40 Anni di Jazz, nel 1964 e La Storia del Jazz nel 1973.

Negli anni Ottanta Mazzoletti prosegue la sua attività e da funzionario RAI e della Radio 1, ha curato diversi programmi di Musica Jazz. Tra questi il più importante è senza dubbio il programma radiofonico, sulla vita dei grandi musicisti jazz americani, ricordiamo Mezz Mezzrow, Bill Beiderbeck, Benny Goodman, Louis Armstrong e Jelly Roll Morton. I testi dell’intera trasmissione, durata più di due anni consecutivi, erano di Marco Di Tillo e Serena Dandini.
Per trent’anni Mazzoletti ha fatto parte della direzione dell’UER, l’Unione Europea di radiodifusione, come vicepresidente e poi presidente del Dipartimento di musica leggera.
Nel dopo guerra il Jazz in Italia ritorna a respirare e piano piano si ricostruisce l’unita didattica delle origini della Musica Jazz nel nostro paese. Siamo 1970 il chitarrista Franco Cerri il critico Franco Fayenz si ritrovano presso la Cascina Piola di Pino Visconti a Rocchetta Tanaro in provincia di Asti luogo di incontro prediletto della prima generazione di jazzisti piemontesi.

Essi ricordano le difficoltà che la Musica Jazz ebbe in Italia negli anni Trenta: mentre in America si raggiungeva il suo più alto sviluppo.
Negli anni Trenta, la preistoria del Jazz in Italia vede le grandi orchestre di Gigi Ferraccioli, Alberto Semprini, l’orchestra della Columbia. Alla fine della guerra, il jazz inizia a diffondersi sempre di più, riscuotendo un sempre maggior successo di pubblico e soprattutto rivelando musicisti di enorme valore.
A Torino e Genova nascono le Jazz band di Oscar Valdambrini e di Piero Rizza, a Milano presso il teatro Odeon si radunano i migliori jazzisti del tempo. La prima generazione di jazzisti piemontesi, nell’immediato dopoguerra, propone un jazz moderno, in armonia con quanto si faceva negli Stati Uniti. Torino fu una grande fucina di solisti, cresciuti presso le orchestre cittadine la più famosa delle quali era quella della RAI.

Le immagini mostrano, poi una sessione nella cantina della Cascina: il trombettista Dino Piana, il sax tenore Gianni Basso, il trombettista Oscar Valdambrini, insieme al pianista Renato Sellani, al contrabbassista Dodo Gioia e al batterista Tullio De Piscopo, improvvisano con spettacolare maestria.
“Il legame fra esperienze musicali e culturali statunitensi ed europee è, notoriamente, antico e complesso. La storia del jazz mostrano solisti delle due parti dell’Atlantico hanno sempre collaborato con una reciproca soddisfazione. Basterà ricordare, per gli scambi dal Nuovo al Vecchio mondo, le Big band inglesi, olandesi, francesi che spesso accompagnarono i grandi solisti in visita negli anni Trenta; l’ampia comunità di musicisti americani trasferitasi a vivere in Europa (e in primo luogo Francia) nel secondo dopoguerra; gli stimolanti incontri fra i giovani jazzisti moderni venuti a scoprire l’Europa nei primi anni Cinquanta e i curatissimi colleghi scandinavi. Non vanno poi sottovalutati i molti << viaggi della speranza>>, divenuti sempre più frequenti dagli anni Cinquanta, di promettenti solisti europei domiciliati negli Stati Uniti; spesso conclusosi, è vero, in un anonimato soltanto dignitoso ma neppure raramente segnati da brillanti successi personali, se si pensa ai casi di Stan Hasselgard, Geroge Shearing, Toot Thielemans, Rolf Ericson, Tubby Hayes, Bobby Jaspar, Victor Feldman, Errol Parker, il primo Josef Zawinul, Gabor Szabo, George Mraz, fino alla recente avventura di Michel Petrucciani.

Ma si può dire che fino agli anni Sessanta questa collaborazione fosse segnata da un’universale aderenza ai parametri estetici statunitensi: chi suonava con gli americani doveva suonare come loro, al massimo era consentito (anzi gradito) un lieve profumo <> nelle improvvisazioni melodiche.
[…] La nuova, sempre più paritetica interazione fra le due culture che prende avvio negli anni Sessanta, in parallelo con le indicazioni libertarie del Free Jazz, e che ha raggiunto notevoli risultati soprattutto dalla metà degli anni Ottanta. Va rilevato che questo interscambio a caratteristiche uniche, non paragonabili con alcun’altra area del pianeta, pur essendosi il jazz <> ormai da una buona trentina d’anni.

A questo proposito val la pena di citare un paio di particolarissime eccezioni che confermano la regola.
Una è in Sudafrica, unica area del continente africano ad avere sviluppato fin dagli anni Cinquanta una forma autoctona di jazz. Le regioni per cui il resto dell’Africa non ha avuto particolare simpatia nei confronti del jazz statunitense sono complesse, e qui non possono essere approfondite. Quanto al Sudafrica, diversi jazzisti, nel periodo più duro dell’apartheid, scelsero l’Europa come patria l’esilio. Quasi tutti vi rimasero, dando vita a ibridi con grande interesse con il neonato jazz europeo; fra coloro che invece raggiunsero gli Stati Uniti, per un periodo più o meno lungo, è il caso artisticamente piu rilevante e certo quello del pianista Abdullah Ibrahim (nato a Citta del Capo nel 1934 e conosciuto fino agli anni Settanta come Dolar Brand), scoperto sa Duke Ellington a Zurigo nel 1963 e apparso pochi anni dopo al fianco di personalità quali Elvin Jones e Don Cherry. Ibrahim è un rarissimo caso di leader non americano che a lungo, negli anni Ottanta, diresse, il gruppo Ekaya.

La sua registrazione simbolicamente più rilevante e forse <>, in cui il pianista riprende una propria incisione effettuata in Africa a metà degli anni Settanta e armonizza per i tre fiati di Ekaya l’assolo originariamente realizzato da un’altro storico jazzista sudafricano, il sassofonista tenore Basil Coetzee[…]”.
Ora passiamo al Jazz italiano e hai suoi protagonisti: “[…] Nel caso Italiano sul quale merita di soffermarsi non certo per motivi campanilistici, ma perché proprio negli anni Ottanta la scena nazionale ha rappresentato, nel giudizio pressoché unanime della stampa internazionale, un laboratorio di originalità e di speciale felicità espressiva.
Più discutibile, come vedremo è l’opinione che quella straordinaria stagione abbia generato anche negli anni successivi episodi paragonabile riuscita artistica; ma in tutti i casi il percorso seguito dal Jazz italiano nell’ultimo quarto di secolo è un eccellente esempio della complessità riscontrabile in tutto il jazz attuale […]”.
“[…] Solo da qualche tempo studi di fondato valore scientifico, svolti in particolare da Adriano Mazzoletti, stanno chiarendo lo scenario italiano dei primi decenni del Novecento; uno scenario che, nonostante apprezzabili e anche importanti tentativi intrapresi fin dagli anni Cinquanta, per generazioni è rimasto avvolto attorno a ricordi confusi e a ricostruzioni approssimative.

Pareva infatti che la provinciale Italietta giolittiana prima e l’autarchia fascista poi avessero ignorato, quando non osteggiato, le nuove tendenze musicali provenienti da oltreatlanico, e che soltanto con la Libedazione si fosse instaurato nel nostro paese – più o meno dal nulla – un marcato interesse per la grande novità americana.
È ormai accertato, invece che almeno le maggiori città della penisola conobbero diverse forme di musica statunitense dai primissimi anni del secolo: Milano nel 1904, Roma e Napoli nel 1907, Genova, Torino e Firenze l’anno successivo […]”.
“[..] I cambiamenti nella società e nel costume, causati dalla Prima Guerra Mondiale furono molto importanti per la nascita e la crescita del jazz. A un interesse più ampio per la scena internazionale si affiancava un’improvvisa espansione dei luoghi di divertimento, tanto nelle tradizionali località di villeggiatura d’alta classe quanto nelle maggiori città.
I musicisti più giovani scoprivano gli insoliti strumenti della tradizione afroamericana: il banjo e soprattutto la batteria (che per diversi anni verrà chiamata tout court <>).

L’esempio delle rare formazioni americane di passaggio per la penisola, e dei gruppi europei nati dalla loro imitazione, indusse i nostri musicisti a utilizzare sassofoni, trombe e tromboni; verso la metà degli anni Venti le formazioni italiane si erano adeguate nell’organico e nello stile a quelle del resto del continente, e in più circostanze ottennero attestazioni di stima da parte della creme jazzistica internazionale […]”.

“[…] Più volte, discutendo le qualità del nuovo Jazz italiano, la critica ha parlato di componente mediterranea, quasi a voler suggerire l’uso generalizzato di ritmi danzanti tipici del nostro Sud o di temi legati alla tradizione del canto popolare, che in realtà non è facile riconoscere nella produzione di quegli anni.
In verità, e senza voler descrivere in maniera troppo omogenia una vasta tendenza che ha un punto di forza proprio nella sua varietà, il carattere originale del jazz maturato nel nostra paese attorno alla metà degli anni Ottanta sta piuttosto nell’equilibrio fra un disteso lirismo – che certo potrebbe essere definito molte volte <>ma non imita folclori specifici – e la capacità di esplorare terreno timbrica e armonici niente affatto scontati, in un connubio solo apparentemente contraddittorio.

A volte questa sorta di <> si avvicina a certe tendenze statunitensi, in particolare alla cosiddetta avanguardia di sintesi, o la giocosa invenzione di un folclore immaginario>> ideato in Europa; ma le soluzioni espressive sono particolarmente personali […]”.

“[…] Senza dubbio il musicista più emblematico di questi anni è Paolo Fresu, trombettista nato nel 1961 in un paese dell’entroterra sassarese, Berchidda, è divenuto famoso non ancora ventenne. Ispirato da Miles Davis e Chet Baker, Fresu è aperto a ogni tendenza stilistica e a ogni esperimento timbrico, non esclusa l’elettronica che egli applica in modo sofisticato e originale al proprio strumento. Nel 1984 Fresu fonda un quintetto attivo ancor oggi nella sua formazione originaria e di grande successo internazionale: questa continuità e un indice particolarmente significativo di quanto il jazz sia cambiato in Italia.
Uno dei momenti importanti nella vita del gruppo è stato il trionfo ottenuto nel 1988 in quella stessa Montpellier che tre anni prima aveva applaudito il quartetto di D’Andrea; la coincidenza è resa ancora dalla comune militanza nei due gruppi di Tracanna e Zanchi. Anche questo concerto è stato riportato su disco, e un dettagliato confronto fra i due lavori potrebbe raccontare molto del Jazz italiano in quel periodo.

L’autore del libro Claudio Sessa, dal titolo, Le età del Jazz, i Contemporanei che ha preso in esame un lavoro discografico del trombettista Paolo Fresu dal titolo <>, in questo disco il musicista sardo che qui suona il flicorno elettrico e accompagnato dal sax tenore Tino Tracanna, dal pianista Roberto Cipelli, dal contrabbassista Attilio Zanchi e dal batterista Ettore Fioravanti […]”

(Il testo virgolettato è tratto dal libro dal titolo, Le età del Jazz, i Contemporanei, autore Claudio Sessa, Casa Editrice, il Saggiatore 2009, Milano).

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A cura di Alessandro Poletti – Foto Redazione

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