Allucinante. Un report sugli attentati nel mondo – dal 1979 al 2019 – ha rilevato 33.769 attentati islamisti che hanno provocato la morte di 167.096 persone e il ferimento di 151.431.

La Francia è il paese europeo più colpito dagli attentati sanguinosi che hanno causato 157 morti, contro 46 del Belgio, 29 del Regno Unito e 21 della Spagna. A settembre 2020 si è aperto a Parigi il processo per l’attentato a Charlie Hebdo che nel 2015 provocò 12 morti. In occasione dell’udienza i superstiti hanno deciso di ripubblicare le vignette su Maometto all’origine di quel massacro, per riaffermare il diritto alla libertà d’espressione e alla blasfemia, garantito dalla legge francese. La nuova attenzione ha portato all’attentato commesso da un immigrato pakistano, che ha ferito con una mannaia due ragazzi davanti ai vecchi locali della redazione. A ottobre l’orrore di Conflans-Sainte-Honorine dove un 18enne rifugiato ceceno in contatto con jihadisti siriani ha aspettato all’uscita dalla scuola media il suo professore di storia e l’ha decapitato.

Il terrorista islamico ha voluto punirlo perché l’insegnante francese aveva fatto una lezione sulla libertà di espressione, come previsto dai programmi, mostrando alcune vignette su Charlie Hebdo. L’ultimo atto terroristico in una chiesa di Nizza. L’aggressore durante il suo gesto ha urlato “Allah Akbar”, e ha ucciso tre persone: il sagrestano della cattedrale e due donne, una delle quali è stata decapitata.

Il terrorismo internazionale islamico è la conferma che da qualche tempo anche le carceri e i centri d’accoglienza sono diventati luoghi privilegiati per il reclutamento di terroristi. Ad affermarlo è il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria per il quale, inspiegabilmente, questi individui sono più pericolosi in cella che fuori. Nelle carceri, dove sono rinchiusi tra i 10 e i 15mila detenuti islamici, il rischio è fortemente sottovalutato dai vertici Istituzionali nonostante più volte sia stata segnalata questa grave emergenza. Intanto la cosiddetta classificazione del livello di radicalizzazione dei detenuti islamici si presta a varie interpretazioni e comunque non serve certamente a tranquillizzare il personale penitenziario che è impreparato alla gestione di questo problema e tanto meno lo sono i cittadini. In realtà sono sempre più numerosi gli episodi di detenuti di fede islamica che in carcere manifestano comportamenti tipici della radicalizzazione islamica, come inneggiare agli attentati di matrice islamica e mostrare apertamente odio verso l’Occidente. Secondo i dati più aggiornati i fondamentalisti e/o integralisti sui quali si concentra l’allarme sarebbero circa 500 suddivisi in tre categorie di pericolosità. Una cinquantina sono incarcerati con l’accusa di terrorismo internazionale nelle sezioni di alta sicurezza. Per gli altri, ritenuti soggetti a rischio, sono condotte attività di monitoraggio che puntano a rilevare atteggiamenti di sfida verso le autorità, rifiuto di condividere gli spazi con detenuti di altre fedi religiose, segni di gioia di fronte a catastrofi o attentati in Europa, esposizione di simboli legati alla jihad.

Gli ultimi dati forniti dal Ministero della Giustizia sono sicuramente superati da una situazione in forte evoluzione per il continuo e costante ingresso di cittadini stranieri di fede islamica negli istituti penitenziari italiani. Oggi in carcere succede quello che da qualche tempo avviene con il reclutamento e l’affiliazione a clan mafiosi di detenuti, specie se in cella è presente un imam che, come risaputo, ha forte ascendente sui detenuti di fede islamica. 

Il Vice direttore Ugo Vandelli – Foto Imagoeconomica

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