Il tempo di sentire qualche battito del cuore e tutto venne giù. Nemmeno un giro di lancette di orologio da tasca e intorno al Friuli non c’erano più case ed edifici, ma solo polvere, devastazione e grida di disperazione. Era la sera del 6 maggio 1976: alle 21 una scossa di terremoto di magnitudo 6.5 fece tremare quella porzione di terra provocando ingenti danni e crolli.

Alla fine si contarono circa mille morti, tremila feriti. Un ‘Orcolat’ (Orco), come lo definisce in dialetto la gente del posto, che 45 anni fa mise in ginocchio parte della regione che fino a prima del sisma viveva in una pace fatta di solidarietà.

La sera del 6 maggio 1976 in Friuli faceva un insolito caldo soffocante, era il preambolo di quello che sarebbe avvenuto poco dopo le 21 – ma nessuno poteva sospettarlo – quando la terra tremò e in pochi secondi un mondo intero, una cultura, una comunità crollarono in ginocchio. Qualcuno addirittura pensò al ritorno della guerra a dei bombardamenti, qualcun altro a polveriere saltate in aria, poi le comunicazioni si interruppero, e a dialogare con i ‘presenti sui posti’ furono solo i radioamatori delle caserme. Fu in quelle conversazioni che si utilizzò quel sostantivo: “Qui è tutto un polverone, si sentono grida in lontananza… non capiamo, forse c’è stato un terremoto”, dissero gli autotrasportatori che passavano per Venzone, Gemona, Osoppo.

Fu necessario attendere i primi raggi di sole per capire le proporzioni del sisma e rendersi conto che dovunque erano crollate case, dovunque c’erano vittime sotto le loro case. Ma capito il dramma, cominciò subito la solidarietà. A centinaia i giovani friulani partirono per i luoghi colpiti nel tentativo di salvare qualche vita umana. Si formarono squadre coordinate dai sindaci, dai Vigili del fuoco e dagli alpini della Julia. Nei paesi più segnati dalle scosse furono salvati bambini, donne uomini, anziani, grazie al lavoro – a mani nude – di tantissimi volontari. Fu immediatamente avviata l’opera di smassamento di quello che restava delle case, dei fienili, delle stalle. Il giorno dopo lo Stato arrivò con Giuseppe Zamberletti, subito nominato commissario straordinario dal presidente del Consiglio Aldo Moro.

Sul campo rimasero quasi mille morti e un terzo della regione Friuli Venezia Giulia devastato. Ma il colpo di grazia arrivò con le scosse di settembre che completarono la distruzione e obbligarono Stato e Regione a pensare di trasportare bambini, giovani e anziani lontano da quelle zone per trasferirli verso Sud, nelle località marine di Grado, Lignano, Bibione e Caorle dove ricostruire le comunità; per gli ‘attivi’ furono invece requisite migliaia di roulotte in giro per l’Italia e le si concentrò nei paesi più colpiti per garantire almeno un minimo il lavoro nelle fabbriche rimaste in piedi come i ponti romani.

Il motto di allora, che diventò vero proclama politico- istituzionale, fu ‘prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese’: una scelta comune fatta propria anche dalla curia udinese. Bisognava garantire il lavoro ai residenti, mettere in salvo i nuclei familiari e poi pensare alla ricostruzione che si voleva “dov’era e com’era”. Fu un’azione corale straordinaria. Lo Stato delegò la Regione – con il coordinamento del Commissario straordinario – mentre questa, forte anche della sua autonomia, delegò ai comuni. I sindaci, per la prima volta nella storia d’Italia, divennero protagonisti del futuro delle loro comunità. Era, in nuce, la moderna Protezione civile. Tutto fu possibile grazie alla solidarietà nazionale e anche a quella internazionale essendo i friulani ‘lontani dalla Piccola Patria’ ben più numerosi dei residenti. Aiuti arrivarono subito da Stati Uniti, Argentina, Australia e da tantissimi Paesi europei.

Dopo 45 anni da quei tragici giorni, a ricostruzione completata, si stima che il tutto sia costato circa 13 miliardi di euro, cifra non particolarmente alta considerate altre esperienze analoghe. Oggi tutto è a posto: i paesi sono stati tutti ricostruiti. Sicuramente dopo numerosi studi attualmente l’Orcolat non farebbe più quella strage visti i sistemi antisismici di ricostruzione e se, pur nelle difficoltà della crisi, oggi si può parlare di popolo friulano, lo si deve anche a quella straordinaria opera che è stata la ricostruzione del Friuli.

Il Direttore editoriale Carlo Costantini – Foto Osservatore

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