Dopo la vittoria di Schlein la prima reazione d’impeto l’ha avuta l’ex ministro Fioroni, andandosene da un partito in cui già non si sentiva minimamente a suo agio.

Lui, il presidente dell’Emilia-Romagna dalla storia solidamente ancorata dento il PD non lascia spazio. Dopo qualche ora di silenzio torna a farsi sentire per rinnovare la disponibilità a dare una mano a chi si è presa la segreteria del Partito democratico che con la consegna del melograno da parte di letta ora tira sempre di più verso sinistra con un rosso intenso “chi esce sbaglia”. Come a dire, esattamente come fanno i vincitori dei gazebo, che la scissione sarebbe una sciagura.

Chi ha sostenuto Bonaccini, da Nardella a Guerini ad Alfieri, lo segue sulla linea, ma in quel ripetuto “ora sta a lei garantire il pluralismo e l’unità del Pd” c’è anche ben altro. C’è di certo che quelle percentuali, 53,75% a 46, 25% raccontano una frattura che da qui al 12 marzo bisognerà capire in che modo Schlein comincerà a sanare la mission al suo interno.

“Avrà gli stessi problemi che avrebbe se avesse vinto Bonaccini: riformare i riformismi” Prevede chi del partito è stato padre, quel Romano Prodi che invece ritiene infondata la speranza del Terzo Polo di prendersi pezzi del Pd.

Il Pd di Schlein avrà una deriva di estrema sinistra e semi grillina? Lo capiremo presto!

A cura di Elisabetta Turci – Foto Imagoeconomica

Redazione IL POPOLANO

La Cesenate

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