Il flop dei referendum in Italia

Di chi è la responsabilità del flop sui referendum che in otto anni solo una volta hanno raggiunto il quorum? Del popolo esausto, della politica, della pandemia o della Corte Costituzionale che ha impedito di votare su eutanasia e cannabis?. Quesiti che i si limano uno contro l’altro e che forse se ben portati alla luce del Paese avrebbero portato sicuramente un altro esito con una affluenza diversa e sicuramente maggiore da quella che registriamo a mezzanotte e che non potrà cambiare.

Comunque allo stato di fatto quello che si evidenza è la disaffezione dell’elettorato, argomento che nelle ultime tornate elettorali ha sempre più dominato il dibattito post voto e stavolta addirittura sbanda dentro un’Italia sempre più povera e logorata prima dal Covid e ora dagli aumenti sulle bollette, sui carburanti e persino sugli aumenti dei mutui dopo l’aumento dei tassi della BCE.

Perché numeri come quello dell’affluenza raggiunta oggi, quando alle 19 solo il 14, 84% degli aventi diritto è andato a votare, hanno un peso che per la politica sta diventando irreversibile. E allora chiuse le urne cominciano i soliti processi alle intenzioni e la caccia alle responsabilità per il quorum lontanissimo.

“La Lega ringrazia i milioni di italiani che hanno votato o voteranno nonostante un solo giorno con le urne aperte, il silenzio di troppi media e politici, il weekend estivo e il vergognoso caos seggi visto per esempio a Palermo (che può brindare per il ritorno in serie B della squadra), commentano già nel tardo pomeriggio (ancora prima dei dati definitivi) fonti leghiste.

Un’accusa condivisa dal cavaliere di Forza Italia, secondo cui i referendum sulla giustizia “sono stati boicottati con il voto in un giorno solo. Sono stati boicottati con il silenzio assoluto su molti giornali e sulla televisione di Stato”. Il tutto. ha sostenuto, Berlusconi a urne aperte, sarebbe in linea con “una volontà precisa di mantenere le cose come stanno e gli italiani che non vanno a votare e se ne vanno al mare o a casa.

Tocca poi a Calderoli, in conferenza stampa (in via Bellerio, a Milano) commentare la grande sconfitta: “Secondo me c’è stato un vero e propri complotto perché questo quorum non potesse essere raggiunto” dice il vice presidente leghista del Senato. “Ringrazio i 10 milioni di cittadini che hanno partecipato con un sì o con un no, ma che hanno dato attuazione al diritto di voto. C’è stata una certa responsabilità anche dal governo che ha spinto per approvare la riforma Cartabia già a maggio”. E aggiunge: “Ho personalmente scritto al presidente della Repubblica e del Consiglio e non ho ancora ricevuto, a oggi, una telefonata o un whatsapp”.
Insomma, “da Draghi e Mattarella mi sarei aspettato una maggiore attenzione e gli effetti si sono verificati”.

Ma a segnare una magra giornata elettorale, ancor prima del dato dell’affluenza, è stato il caos seggi a Palermo, con almeno 50 sezioni in cui all’inizio dell’election day mancavano i presidenti di seggio. Il leader della Lega Matteo Salvini, in mattinata, aveva espresso “preoccupazione e sconcerto” al capo dello Stato, Sergio Mattarella, per i disagi alle urne nel capoluogo siciliano sottolineando “il grave danno per la democrazia in una delle città più importanti d’Italia”. E poco prima, invece, si era sfogato così: “Pazzesco, a due ore dall’inizio del voto decine di seggi ancora chiusi, e in altri si può votare solo per il Comune ma non per i referendum. Il ministro Lamorgese, il presidente Draghi e il presidente Mattarella ritengono che tutto ciò sia normale?”.

In serata, è intervenuta la titolare del Viminale, Luciana Lamorgese: “È gravissimo che a Palermo, senza alcun preavviso, un elevato numero di presidenti di seggio non si sia presentato per l’insediamento, ovvero abbia rinunciato all’incarico, ritardando l’avvio delle operazioni di voto. La Procura – ha aggiunto – valuterà gli eventuali profili di responsabilità conseguenti alle segnalazioni inviate dal Comune, competente per le procedure di insediamento dei seggi e di sostituzione dei presidenti”.

Un flop temuto, benché atteso. In questo contesto, la Lega ha messo l’accento sulle difficoltà di una campagna elettorale “in solitaria” rispetto al resto del centrodestra, in particolare Fratelli d’Italia che da subito si è schierata con posizioni diverse sui cinque quesiti. Per il Carroccio il risultato referendario ha il sapore di una battuta d’arresto, che potrebbe pesare ulteriormente anche nei già complicati rapporti interni alla coalizione. In ogni caso, c’è comunque chi spera che il mancato raggiungimento del quorum non fermi l’iniziativa legislativa in corso in Parlamento.

Anche nel centrosinistra – i cui leader hanno mantenuto il silenzio fino a sera come ha scelto di fare anche il leader di Italia Viva Matteo Renzi – non mancheranno riflessioni. “Dobbiamo lavorare con ancora più determinazione per dare le giuste risposte su temi importanti e delicati”, ha commentato Andrea De Maria, deputato Pd e Segretario di Presidenza della Camera: “Risulta evidente l’errore di una iniziativa referendaria divisiva e inutile.

Di riforma dello strumento parlano i pentastellati: “A prescindere dal merito dei quesiti di oggi e di fronte al referendum col peggior tasso di affluenza della storia della Repubblica, un fatto è certo. Se si vuole una vera democrazia, lo strumento del referendum va riformato – dice Giuseppe Brescia (M5S) presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera – introducendo il referendum propositivo e modificando il quorum. Il 12 giugno di 11 anni fa gli italiani votarono per quattro quesiti referendari che ci videro protagonisti nelle piazze. Sono stati gli ultimi referendum abrogativi a raggiungere il quorum, gli ultimi referendum nati per iniziativa popolare. Da lì in poi il referendum abrogativo è morto”.

Soddisfazione esprime il Comitato per il NO mediante il NON, soddisfatto “per aver contribuito a far respingere, dal maturo popolo italiano l’operazione furbetta e populista dei promotori dei referendum. Avevano promosso questi quesiti complessi e pasticciati”. Mentre il presidente di un altro comitato per il NO, Alfonso Gianni, sottolinea il “disinteresse degli italiani nei confronti dei quesiti: alcuni, francamente scientifici e cervellotici, alcuni marginali, alcuni inutili perché saranno assorbiti dalla proposta di legge Cartabia”.

Con una chiosa: “Come evidenziato dal Presidente della Repubblica Mattarella nel discorso di insediamento – conclude Celotto – appare evidente la necessità di avviare un profondo processo riformatore che deve interessare sia il referendum nella sua essenza, sia il versante della giustizia, al fine di sanare le maggiori criticità attualmente esistenti. Un monito che chiama in causa le singole forze politiche in vista dell’imminente voto finale al Senato sulla riforma Cartabia previsto per mercoledì 15 giugno”.

Il Direttore editoriale Carlo Costantini – Foto Imagoeconomica

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui